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venerdì 13 dicembre 2013

Sniffare

Onda dopo onda, nota dopo nota, corallo dopo corallo, pensiero dopo pensiero, anima dopo anima vedi il fondo. 
Sniffare, sorriso falso,  corsa contro il tempo, caffè, lavoro, macchina, bagno, sniffare. 
Saltare, fuggire, letto, sesso, amore, sniffare. 
Dormire, mangiare, sorriso falso, famiglia, sentimenti falsi, dolore, amore, sniffare.
Svegliarsi, sniffare, colazione, attenzione falsa, vestirsi, caffè, lavarsi, sniffare.
Macchina, traffico, insulti, bestemmie, sigaretta, lavoro, sorriso falso, rapporti falsi, sesso, iPhone, sniffare. 
Macchina, panini, insulti, casa, dolore , sniffare, notte. 
Dimenticare.

Silenzio

C'è tanto da imparare dal silenzio. Quando ti chiudi a pensare e basta. Un momento di interminabile tormento, dove le viscere del tuo corpo si contraggono, dove nella tua testa, nel tuo cinema privato, film, degni del Festival di Cannes, prendono forma. 
Ti trascini, oppure rimani immobile. 
La violenza, il sesso, la politica, la famiglia..pensieri che scorrono, come in catalogo.
Nella doccia, mentre l'acqua cade sul tuo volto, nessuno ti può sentire, nessuno ti può vedere e le tue paure escono fuori tutte, come persone in preda al panico a causa di un incendio.  Le vedi sfilare via, le contempli in un certo senso..ammiri come in un solo corpo, in un solo essere umano, ci posso essere una così vasta collezione di tristezza.
E cadi, cadi in un baratro che non sembra avere mai fine. Sbagli dopo sbagli affanni arranchi soffri..sembri forte. Ma è semplice istinto di sopravvivenza.
Cominci a diventare apatico, privo di riguardo verso gli altri, anche verso te stesso. Prima ancora che tu te ne accorga ti dissolverai in una nube di dolore.
È come affogare all'inferno, non c'è luce, non puoi vedere. Non c'è rumore, non puoi sentire. 
Silenzio. 

domenica 8 dicembre 2013

Vuoto

Calare in un vortice di suoni sconnessi. Crollare al ritmo di un luogo nascosto anche ai tuoi occhi. Invertebrati viaggi intersecano il tuo io nel tentativo di guidare il tuo sogno lucido. Silenziosi motori rombano nel tuo boomerang interiore. Il sole non è mai apparso nella notte della tua mente. Mulinelli di vibrazioni negative si alternano a fulmini violentissimi che infrangono le loro note contro la tua integrità.

Voglio solo sparire dalla realtà per trasformarmi nella dimensione alternativa, la dimensione dove la plasticità della mia mente è in grado di ricreare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e farmi divertire senza il peso del superfluo e dell'intelligenza. Voglio uscire dallo schema pratico e tuffarmi nell'eterna sfumatura del sapere supremo.

Chi sei? Cosa fai? Perché lo fai? Dove lo fai? Che cosa c'è intorno a te? Perché c'è ? Perché in questo momento stai scrivendo e non stai, che so io, scopando?! Insomma perché?

O meglio perché porsi le domande? Perché non uscire dallo schema.

P
  e
     r
       c
          h
            é
      r           esempio
     e
   p
Non scrivere fuori da ogni schema logico e mentale, oppure.
C'è sempre un'alternativa, un qualche cosa che è in grado di farti uscire da quel tuo stato mentale che troppo spesso esprime la stranezza che con la fatica di scrivere un pezzo senza mai fermarsi senza mai mettere punteggiatura senza fermarti per pensare la parola successiva senza fermarti per il solo piacere di infrangere una qualche regola come la regola che regola lo stato di questo pezzo che in piena foga creativa sto scrivendo senza una precisa connotazione logica, spazio temporale e neppure perché no culturale.

Cogli l'errore.


Ogni qual volta tento di prendere un respiro profondo per farmi coraggio e combattere il me stesso che tanto odio e amo sento una vibrazione profondamente negativa infrangersi contro di me.

Mi sento triste. Molto spesso mi alzo dal letto, osservo Torino nel suo grigiore, osservo i suoi sprazzi di vita, i tanti ragazzi che come me vanno a scuola, osservo le macchine che sfrecciano sui lunghi viali, e osservo tutte queste persone, che in qualche modo sono connesse. Ascoltano la musica sul proprio iPod o lettore Mp3 oppure sul proprio iPhone o sul proprio Smartphone e le vedi. Immerse nelle proprie paure, nelle proprio tensioni, nella propria ricerca personale del successo, ma che inesorabilmente, che siano ricche, povere, italiane, straniere, nessuna di queste persone ha il sorriso e ha trovato la felicità, perché ognuna di queste persone è stressata.
E' vuota e piena fino a strabordare. C'è chi parla velocemente al telefono, c'è chi sta in silenzio a rimuginare sul da farsi, c'è chi sta in silenzio e basta, c'è chi dorme nella speranza di recuperare quello che si è perso durante la notte e c'è chi come me è vuoto e pensa solo a osservare.
Osservare ti può portare a farti capire che non sei solo. Che non sei vuoto, che forse quell'essere così emotivo ti può portare a capire meglio chi c'è al di fuori di te.
Ma in qualunque caso non ti porterà mai a capire te stesso.

lunedì 18 novembre 2013

Sette anime dannate, ch. 1

Quando mi svegliai, tutto era scuro. L'aria intorno a me, il selciato consunto dal tempo, forse anche i miei pensieri. Quando mi svegliai sentii subito l'oppressione dell'umidità e dello stantio, e un forte odore di muffa mi pervase il naso, liberandolo da mesi, anni, o forse secondi di inattività. I miei occhi, appena destati, non coglievano attorno a me altro che buio, e poco lontano quattro mura di freddo bugnato mi estraniavano dal mondo, un mondo che comunque non avrei mai conosciuto.
Dove mi trovo?
La prima sensazione che mi colpì fu forse la più forte: un insormontabile senso di smarrimento, seguito immediatamente da una sconfortante rassegnazione. Fu come se, pur non sapendo minimamente nulla della mia situazione, mi fossi già convinto della natura della mia fine. Una triste fine..
Dopo aver colto la mia insensibile disperazione, il cielo parve provare pietà. Le nuvole si diradarono, e un flebile raggio di luna mi riveló una piccola finestra, sbarrata da grate. Ora, mentre stendo l'inchiostro su questa pergamena e vi narro della mia bizzarra storia, il lume di candela fa scappare i fantasmi della mente, sempre in agguato, sempre mortalmente affascinanti, rendendomi più razionale. Se ripenso alla gioia che quel singolo fascio di luce mi ha portato, mi vien quasi da sorridere: nella disperazione totale, l'animale chiamato uomo trova conforto anche nella più piccola delle manifestazioni, illudendosi irrimediabilmente per tutta la vita.
Quando il mio sguardo incontrò quel raggio, le fanfare risuonarono nella mia testa. Esisteva la Luna! Ero in un posto reale!
Animato da una rinnovata quanto consapevolmente inutile speranza, riuscii ad attivare il mio corpo, fino ad allora inerme nella polvere depositata su quel pavimento apparentemente millenario.
Quello che accadde dopo, frutto o meno della mia mente, mi fece rabbrividire. Un terrore latente, incomprensibile mi assalì, mentre osservavo dove la luce incontrava la parete alla mia destra.
La piccola superficie di pietra illuminata si animò, scavandosi e riempiendosi per formare immagini, sempre diverse e sempre più terribili.
Ciò che la mia mente ricorda venne impresso sulla pietra come una rapida storia, una sorta di spiegazione alla mia condizione. Sette stilemi di persone vennero raffigurate come prima immagine, poi la scena cambiò.
Vennero raffigurate le espressioni truci, malvage, che le persone portavano in viso. Mentre osservavo sbigottito, sentivo le gambe cedermi, e il mio corpo venir via a via vinto dalla forza di gravitá. Quando la mia pelle entrò in contatto con il freddo della pietra, la scena venne di nuovo stravolta. Passarono in rapida successione sette immagini, con le sette persone che una dopo l'altra si macchiavano di peccati sempre più gravi. Al termine di tutto, i fotogrammi si unirono, in un mulinello che vorticosamente girava, sfumando da un rosso sanguigno ad un nero così profondo da farmi tremare. Dopo non so quanto tempo, tutto sembrò fermarsi: un senso di pace mi pervase, mi rilassai, e mentre quest'ultima menzogna mi attraversava il vortice si stabilizzò.
Ciò che lessi, ne son sicuro, non lo scorderó mai.

Sette anime dannate
A penar venner chiamate
Per espiar quel peccato
Che dolor avea portato
Sette stanze furon aperte
Per le anime non redente
A soffrir di mali e torti
Alla fin furon tutti morti
Testimoni di rancor e pena
Sette stanze di malvagia scena
L'ottava anima dannata
Aspetta ora d'esser chiamata.

Sono rari i casi in cui sarei stato spaventato da delle semplici parole, e neanche quella volta sarebbe successo.
Ma il mio nome eccheggiò potente nella mia mente, e una porta fino ad allora nascosta dietro di me si aprì.
In quel momento ebbi un'unica, sgomentante certezza:

l'ottava anima era stata chiamata.

martedì 5 novembre 2013

Devil May Cry.

Lasciami.
Sparisci, e non tornare mai.
Fallo, perchè hai sconvolto il mio essere.
Hai ucciso la mia indipendenza, ponendomi alla fine davanti al mondo.
L'assenza di cattiveria, di egoismo, di malvagità mi sconvolge. Da dove provieni?
Perchè quel sorriso, perchè quelle parole così dolci e così taglienti?
La profondità del tuo sguardo è penetrata troppo in basso nel mio essere.
La tua bellezza, pura, eterea, è troppo per il mio cuore.
Esso è troppo oscuro per curarsene. Non avvicinarti, sono oramai troppo al di lá per cambiare.
Anni di pensieri non si cambiano con una semplice emozione.
No, no, NO!
Non riuscirai, non puoi.
Sono esattamente quello che non vorresti, fuggi via, prima che sia troppo tardi.
Quanto dolore mi hai provocato, con quel tocco.
Quante sensazioni non avrei dovuto provare, e quante ne sto patendo per il tuo agire.
Non tentare di comprendermi, adattati al mondo e vivi da persona malvagia, come tutti fanno.
Non trascinarmi nel tuo spazio di cielo, non sopporterei la luce.
Lascia che il mio essere dilaghi, e abbracci consapevolmente il lato oscuro della luna.
Non provare, non sono quello che sembro, sono qualcos'altro, qualcosa di sbagliato.
Sparisci.
Lasciami, ma fallo in punta di piedi. Se ti sentissi..

potrei morire.

domenica 27 ottobre 2013

Perfezione. Intro.

Non era difficile pensare che dentro di me si stava sviluppando un senso di colpa quasi infantile nell'osservare senza sentimento l'acqua che sgorgava di fronte a me. Vedevo quell'insieme di molecole come un qualcosa di incomprensibile, nonostante il suo immenso potere, la sua importanza vitale; Non riuscivo a scorgere sentimento, ma alzando lo sguardo verso il vetro liscio, potevo vedere me stesso riflesso, e ciò era realmente importante. Vedevo lineamenti, costruzione plastica, equilibrio, simmetria naturale. Unica espressione della perfezione maniacale delle forme. Grasso inesistente, muscoli scolpiti proprio come Michelangelo li aveva immaginati mentre utilizzava tutto se stesso per comporre il proprio sogno di perfezione. Peli scomparsi, per dare al fisico la massima espressione artistica, la muscolatura come anatomia ultima di un risultato da ricercare senza omettere il minimo particolare. 
Ad ogni contrazione, anche flebile, si poteva osservare come il disegno era solo una proiezione tridimensionale dell'equilibrio naturale. Una ricerca focalizzata nell'avvicinarsi al pensiero naturale, unica via per ritrovare la perfezione, mia unica ossessione sin quasi dal momento in cui il pensiero aveva raggiunto per le prime volte la logica del ragionamento. 
Vivere in un ambiente saturo del Dio denaro porta la mente a scoprire i lati più nascosti, a porsi le domande più incomprensibili, ma anche a volgere il proprio operato verso un'unica direzione, quella della ricerca. Ricerca come volontà di scoprire. 
E ho scoperto nel mio breve viaggio, che la vita non è altro che un entità al quale possiamo dare connessioni infinite ma che ci porteranno sempre all'arte. L'estetica massima del pensiero e saper esprimere attraverso se stessi le forme più pure d'arte. L'arte non è altro che natura poiché la natura è perfezione massima, il cui unico equilibrio è rotto dalla nostra invadente presenza. 
L'osservare la bellezza di un quadro  non è altro che la ricerca della comprensione della perfezione che ha ricercato l'artista. L'artista non fa altro che ricercare di perfezionare ciò che con il suo sguardo è già perfezione, ma il vero genio, non è colui che perfeziona ciò che vede. Ma colui che riproduce fedelmente ciò che la propria mente ha saputo codificare. Ovvero riprodurre se stesso. 
Ed è per questo che ho passato la mia esistenza alla ricerca spasmodica di perfezionare me stesso. Poiché che credo che non ci sia arte più grande che noi stessi. E perché penso che l'arte sia l'unico riflesso che ci permette di comprendere il mistero della vita. E se il significato della vita è la vita, l'arte è la punta massima di questo significato. 

Molto spesso svegliarsi con il piglio sbagliato porta la mente a conclusioni migliori delle giornate migliori. 
Dopo la sessione mattutina di addominali e la corsa avevo preparato la colazione e mi ero fatto una doccia. Dopo essermi avvolto in un morbido asciugamano  Ralp Lauren, avevo maturato la riflessione, mentre mi osservavo allo specchio, che tutto era nato dallo sgorgare incessante dall'acqua del mio rubinetto. L'avevo osservata così a lungo, che per un breve tratto, avevo quasi creduto di vedere il mio riflesso sulla superficie del flusso, incapace di rimanere immobile. Poi avevo ripreso coscienza di me stesso allo scoccare delle 9, momento in cui il mio iPhone 5s Bianco aveva cominciato a strimpellare 212 di Azealia Banks, la mia suoneria e mi aveva fatto intende che uno dei ragazzi a me cari voleva mettersi in contatto con me. 
Era Fil, Filippo Mattura, rampollo dei mattura, costruttori milanesi amici della mia famiglia da molti anni. Naturalmente non avevo risposto, sarebbe stata una futile discussione che non avrebbe fatto altro che farmi apprezzare oltremodo l'acqua che sgorgava ormai da quasi 20 minuti di fronte a me.
 Con lui avevo frequentato il mio corso di laurea alla Bocconi, luogo dove avevo compreso l'inutilità dell'economia, che pur rimanendo il campo in cui avevo espanso le mie conoscenze scolastiche, mi aveva deluso profondamente. 
Molte persone rimanevano sconvolte nel sapere che il mio quoziente intellettivo era di 190. Non riuscivano a concepire che una persona potesse essere una delle più intelligenti del pianeta, secondo i canoni della classificazione d'intelligenza, e al contempo figlia di una delle famiglie più ricche del mondo. Trovavo tutto ciò disgustoso, poiché non faceva altro che mostrare quanto la società fosse priva di apertura mentale e quanto la gravità non attirasse più verso la terra ma verso un solo Dio, quello del denaro. Il Dio denaro era la loro unica via, e seppur per molto tempo era stato anche una mia guida, avevo da anni compreso l'inutilità del voler a tutti costi primeggiare grazie ad una concezione umana così vuota e priva di fondamento. 
Ormai mi dedicavo a curare me stesso oltre ogni limite, perfezionando all'inverosimile il mio corpo e coccolando la mia mente attraverso profonde riflessioni che scaturivano quasi sempre in interminabili osservazioni di opere e costruzioni di menti che reputavo assai più argute della mia nonostante un evidente scalino numerico che la società poneva tra me e loro.
Il far parte del gruppo Mensa, non aveva portato mai nessuno a superare Leonardo da Vinci, e probabilmente, lo stesso Leonardo difficilmente avrebbe compilato il test nella mia stessa maniera .o al mio stesso livello, ma sono sicuro al cento per cento che la sua mente era talmente focalizzata sulla ricerca della perfezione che, già allora era stata ad un passo dal trovare il vero punto focale della perfezione naturale.  
Proprio ieri avevo saputo della morte di Anthony Caro, notizia che mi avrebbe dovuto far saltare di gioia se fossi stato un umano dalla mente classica, possedendo io nella mia collezione privata, diverse opere dello scultore. La notizia invece mi aveva inondato di tristezza e nemmeno mandando Keith, il mio assistente personale, a comprare tutte le opere disponibili nella galleria di Larry Gagosian ero riuscito a calmare la mia disperazione interiore. 
Come poteva il mondo rimanere impassibile di fronte all'ennesima perdita di un così grande interprete della perfezione plastica? Una definizione che avevo dato a tutti coloro che attraverso la loro mente reinterpretavano la natura in un modo quasi di contrasto ma in perfetto equilibrio con lo stile minimale dell'uomo moderno. Unico appoggio futurista capace di non intaccare la perfetta convivenza tra paesaggio e abitazione. 
Per scappare da tutto ciò mi ero rinchiuso come ero solito fare da molto tempo a questa parte nel mio appartamento più costoso. Il loft di proprietà della mia famiglia nella Clock Tower di New York, dove allo stile minimale avevo sommato una quantità esorbitante di opere. 
" Monsieur Baranowski " di Amadeo Modigliani, " Diego en chemise  Ecossaise" di Alberto Giacometti, "Le Peintre et son modèle dans un paysage" di Pablo Picasso, "Claude et Paloma" sempre di Picasso,"L'ile aux orties" di Claude Monet, "Le Rappel" di Marc Chagall. Solo per citarne alcuni. Opere che riuscivano a farmi dimenticare ogni cosa. E quasi in estasi in preda ad un orgasmo della mente, sensazione che si disoccia in ogni modo dall'orgasmo sessuale, cominciavo a osservarli uno ad uno alla ricerca della strada, per portare il mio corpo a quel livello di perfezione, una perfezione che doveva racchiuderli tutti quelli stili. 
Questa ragnatela di emozioni come i sogni più belli non poteva che essere interrotta nuovamente dalla mia suoneria. Helena la mia ragazza secondo i giornali di gossip, aveva profonde riflessioni da condividere con me. 
Perché un uomo colto sta con una modella di Victoria's Secret? Perché il suo sguardo non è mai sazio di perfezione. 



domenica 15 settembre 2013

Are you okay? No, I'm a fucking Serial Killer. Bitch.

Mi trovi sadico? Sai, scommetto che adesso potrei friggerti un uovo in testa, se solo volessi. Sai bimba, mi piace pensare che tu sia abbastanza lucida persino ora da sapere che non c'è nulla di sadico nelle mie azioni. Forse nei confronti di tutti quegli altri, quei buffoni, ma non con te. No, bimba, in questo momento sono proprio io, all'apice del mio masochismo.


Noi serial killer siamo i vostri figli, i vostri mariti, siamo ovunque.

Lo osservavo. Seduto li a guardarmi con il suo sguardo colmo, zeppo di paura. Ogni sua vibrazione di apparente terrore mi veniva trasmessa come in un passaggio spirituale. Lui sapeva, conosceva come me la risposta. Anche se non poteva guardarmi per via della maschera, scorgeva nei miei occhi la sete. Una sete incontrollabile, una sete che solo persone come lui potevano colmare. 

"Ora immagina la natura, immagina il ciclo vitale della terra, immaginalo senza la nostra ingombrante presenza. Animali che mangiano altri animali, alberi che crescono incontrastati, pesci che nuotano, squali che nuotano. Stelle che brillano, sciacalli che ripuliscono. Vento puro e limpido che soffia portandosi via gli odori delle prede appena uccise. Poi arriviamo noi, il bug del mondo. Ci evolviamo, cresciamo e risucchiamo come un neonato dalla tetta, frenetici, quasi possessivi, ogni cosa. Vogliamo espanderci, vogliamo crescere, vogliamo vivere. Noi ci autoproclamiamo come più intelligenti. Calcoliamo con stupidi calcoli la nostra intelligenza. Pensiamo di sapere ogni cosa, ma siamo solo coperti. Ora tu, virus del mondo quanto me, ti starai chiedendo perché ti ho legato a questa sedia, ti ho tappato gli orifizi con del comodissimo scotch e ti ho messo ad osservarmi. Perché io uccido le persone. Io le torturo, oppure le mangio, le strazio. E lo sai perché ? Perché sono maledettamente curioso. Non sono stato violentato da bambino, non ho avuto rapporti conflittuali con i miei genitori e non ho subito percosse da bambini più grandi di me. Sono solo sadico e curioso al punto giusto. E tu penserai dall'alto della tua intelligenza umana che io sia un folle, ma come può un amministratore delegato con un quoziente intellettivo di 160 essere un folle? Come può un essere così spregevole avere uffici a Los Angeles, New York e Miami?.
Può, può benissimo perché noi siamo come un virus che tende a distruggere ogni cosa, quindi non sentiamo il pericolo di distruzione che si avvicina. Non proverò piacere nel tagliarti la gola e nemmeno nel vederti sopire, proverò solo curiosità. Buon sogno."
Presi un enorme coltello da cucina, mi misi dietro di lui sostenendo il suo mento con la mano destra e feci un taglio netto. Con mia enorme delusione, capi che la cosa non mi aveva portato a nessuna conclusione nuova e buttai questo scarto nel mio pozzo degli scarti, un profondo pozzo che avevo fatto installare nella mia villa di Malibù. Un pozzo dove buttavo i reietti come lui, persone capaci solo di intasare la terra così in vita così come morti. Ed è li che mi ritornavano a mente le parole di Nietzsche: "Quelli che ballavano erano visti come pazzi da coloro che non conoscevano la musica". Stupidi. 

sabato 14 settembre 2013

Live two days a life.

Spendere il proprio tempo guardando fuori da un oblò, disinteressandosi di tutto e tutti, attendendo giorni migliori. Vivere i propri desideri in bianco e nero, sognando sempre il bianco, arrivando solo al nero. Impegnare la propria vita in questioni superiori, sbattere la testa ancora e ancora per poi struggersi nel dolce mare del fallimento. Nutrirsi di ricordi e consumarli fino a cambiarli. Perdersi di vista e ritrovarsi, e considerare quanto sia difficile riuscire ad emergere. Infine sparire, per sempre.
Svegliarsi poi in una stanza candida, letto morbido, ampia finestra volta nel verde intenso. Provare per un momento una gioia infinita, ricadere immediatamente nell'insoddisfazione, sprofondare nel cuscino e piangere. Piangere tutte le lacrime che fino ad ora si erano trattenute, nell'illusione del successo. Abbracciare la fine, per ricacciarla prepotentemente nel baratro. Alzarsi, aprire la finestra e iniziare a volare. Passare oltre a incommensurabili montagne, osservare gli enormi deserti e comprendere il sublime. Essere presente a dimostrazioni di umanità, e vedere un'insperata luce alla fine del tunnel. Fermarsi al centro del mondo e contemplare. Contemplare fino a che tutto non è conosciuto, tutto non è più nascosto al talento. Rialzarsi, e dare una svolta alla propria vita. 
Diventare qualcuno. Avere potere, su burattini e burattinai. Essere consapevole che qualcuno dipende in tutto e per tutto da te, e goderne. Spargere il proprio genoma incontrollatamente, senza preoccupazione alcuna. Dimenticare i ricordi che ci hanno nutrito, e dimenticare quello che si era. Vivere la propria rinascita con un sorriso beffardo, e vendicarsi. Lasciare altri guardare fuori da un oblò e desiderare il peggio per essi. Infine salvarli, salvarsi, timorati di dio, e assicurarsi un posto tranquillo dopo tutto questo. O almeno sperarci. Vivere la propria seconda vita da capo e dipendente, capo di una massa, dipendente di una filigrana. O di qualcosa di più chimico. Prendere come esempio i vecchi re e i propri maestri, per poi berne il sangue fino a esserne sazi. Riprendere la loro malvagità come se fosse potenza, aumentare la loro avidità come se fosse ambizione. Ascoltare divertito i timorosi ossequi e le suppliche come se fossero zanzare, e spedirli tutti in una prigione dorata. Vivere in funzione di un nome nei libri di storia.
Infine venir scalzato, e tornare con velocità disarmante a quello che si era. Non provare più nulla, dormendo ad occhi aperti un sonno di nullità. Nutrirsi, ma ora di rimorsi attanaglianti, e scivolare sempre di più in un limbo di vacuità. 
Scoprire che purtroppo più giù non si può andare, e ridere, ridere ossessivamente. Tossire, soffrire dei propri anni e infine sdraiarsi su quel letto candido, piangendo ancora. 
Piangere, senza però aver la forza di rialzarsi. Accettare la propria condizione, senza difficoltà.
E poi morire, con la consapevolezza del profondo fallimento di Dio. 



Sorry mum, sorry dad, i thought i was someone else, someone good.  

lunedì 2 settembre 2013

Bianco

Come uno spettatore senza passione osservo il mio corpo degenerare. Scandisco suono dopo suono. Respiro. Comincio a seguire il ritmo. Lo seguo con enfasi. Esplodo di soddisfazione al contatto uditivo con i bassi. Sono come avvolto e forse per la prima volta capisco. Dimentico. Bevo, bevo ancora. Fumo, fumo ancora. Let's Snort. Ricompongo il mio puzzle mentale. Perfeziono. Disegno, in preda all'enfasi, costellazioni infinite nella mia mente. Mi trascino e mi scompongo. Guardo Torino. Mi perdo. Le percezioni visive si fanno offuscate. Soffro e analizzo il dolore. Otto battiti, sì sono otto battiti. Pompa, pompa sangue come se non ci fosse un domani. Ricomincio a respirare il mio limite è dietro di me come un ostacolo che ho appena scavalcato. Sono sconvolto e soddisfatto allo stesso tempo. Ricomincio a vagare, ondeggio, bevo, rido, scherzo. Assaporo il mondo così com'è, abbandono l'edonismo e mi immergo nel nichilismo. Mi trasporta come un fiume in piena verso quel nero dove qualche nota ripetuta sa cancellare ogni silenzio, ogni ricordo ogni paura. Corro, fumo, bevo, rido, scherzo. Ma non metto smetto mai di osservare. Mi sdraio. E capisco che nulla è importante, quel limbo che tanto pensavo essere un punto debole mi accoglie come una villa dei sogni. Mi sento invincibile, invalicabile. Così debole e così forte. Impenetrabile. Hai mai ascoltato il silenzio? Parla più chiaro e più limpido di ogni parola. Pesa più di ogni insulto, di ogni rif, di ogni stacco, insomma è magia. E volo lontano con la mia mente in una spirale di genio e follia, sulle note inebrianti di un'assuefazione. 
Non vado a capo. Non metto le virgole ogni qual volta servono. Non metto i discorsi, ma sono sicuro che anche con il mio stile personale e poco elegante voi siate in grado di capire. E se non lo siete, leggete altro.
Ci sono giorni in cui avrei voluto capire. Altri dove non avrei fatto altro che osservare in attesa. Ora sono cambiato, ora voglio di più, solo di più. Voglio esplodere come una fontana dai mille colori di Barcellona o come una canzone dubstep. Ma poi non voglio essere ricomposto, voglio solo esplodere e folgorare il vostro sguardo. Bang!.


giovedì 22 agosto 2013

Ritorno

Sulla via del ritorno si scorge lo splendore della libertà. L'amore verso il territorio che svanisce venendo incontro al primo nuovo odore. L'amore per quel l'acqua che scorre leggera, verde, verso direzioni infinite. Ricerco risposte in quel viaggio che non troverò mai. Quando apro gli occhi mi posso scorgere bello specchio, scorgere il mio vero Io. Marcio, sudato, stanco e solo. Canzoni tristi fanno da sfondo a vortici di ricordi di emozioni passate, di esperienze e sogni che non rivedrò mai più. Eppure la sensazione piacevole del ritorno non è mai mancata, neppure questa volta dove la città degli eccessi europei è stata teatro dei miei eccessi, delle mie voglie, delle mie sensazioni. Solo attraverso il mio sguardo riflesso su quel vetro riesco a capire che quello che ho di fronte a me è una gigantesca opera d'arte, una tela che ad ogni check in concluso si riempe di nuovi colori, nuove idee, nuove menti geniali, fino a formare un gigantesco dipinto che nemmeno un dio dall'alto dei suoi poteri potrebbe ricreare. 
Forse sto trovando la felicità o forse sto solo ritrovando quel me stesso che ho perso tanti anni fa. The xx e gli Alt J si sfidano in un contorno di musica che pochi sanno ricreare. Un coro di voci di etnie indefinite culla i miei pensieri verso mete sconosciute. Corro, nei miei pensieri corro, trasportato dalle parole, dai viaggi altrui che non hanno prodotto altro che nuove emozioni, nuove vibrazioni che solo la musica sa dimostrare. 
Milano è sempre stata il fulcro del ritorno, il fulcro della ricerca del mio essere, dei miei sogni modaioli e dalle mie voglie infinite di ricchezza. Tutti hanno un prezzo, qual è il mio? Come risponderebbe Wall Street 2..di più.
Voglio di più da me stesso, di più da ciò che mi circonda, voglio assorbire e captare ogni singola particella di mondo che mi sta attorno, per tessere la mia tela, la mi scalata infinita, per poi un giorno guardare in cima, osservare l'opera e dirigere nell'assuefazione più completa quel l'orchestra di gioie. Guidare l'arcobaleno non è semplice se non ti sei fatto le ossa. 1..2..3..voglio silenzio, sto osservando, voglio cogliere, voglio rubare, voglio toccare ciò che mi sta di fronte; guidato come da un sentimento o meglio da un bisogno morboso di novità e di presente.
Un giorno potrò dire di aver capito la perfezione. Di aver capito che cosa e dove mancava qualcosa, che cosa non ci permetteva di toccare con mano qualcosa di perfetto, ma io non te lo farò toccare, nemmeno vedere, io te lo farò percepire. 
Sentirai perfezione nell'aria, nell'acqua, nel fuoco, nella terra e anche tra le gambe della tua ragazza, ops forse per te quella era già la perfezione, o caro, non l'hai scorta neanche con la punta della lingua.


mercoledì 21 agosto 2013

Una storia sbagliata, the end.

Avvolta nella sua larva di inconsistenza, la creatura osservava l'infinito impercettibilmente, quasi immersa in un sonno eterno. Lo sciabordio delle sabbie era diminuito, il lento flusso del tempo quasi estinto, come un fiume piagato dal sole più caldo. Il degrado dell'umanità aveva dunque raggiunto l'apice.
'Come doveva essere', pensò la creatura.
Tutte le statistiche lo avevano confermato. E lei, da buona statista qual era, l'aveva previsto molte ere prima.
Era stata stolta, in origine. Nell'illusione del suo potere, aveva dipinto con mano abile la sua dimensione. Aveva poi impresso in questo dipinto la forza del pensiero, vivacizzando all'estremo il riflesso del suo quadro già perfetto. E da lì il degrado era inesorabilmente partito. La tela aveva iniziato a sfaldarsi, un grigiore aveva attanagliato le sfumature più accese modellate dalla creatura. Così l'oppressione del rimorso, della colpevolezza l'aveva svilita fino nei più profondi baratri della sua incommensurabile coscienza.
Il tempo era giunto al termine. Infine, la sofferenza giungeva all'epilogo.
Con la consapevolezza del fallimento, l'essere chiamato Dio si apprestava a distruggere ciò che aveva creato.


Nella sua stanza bianca, L. osservava l'immensa distesa di cemento e ferro che formava un nuovo orizzonte frastagliato. Usurpatori, avvelenatori di un mondo che a loro non apparteneva. Il peggior ceppo virale che la natura avesse mai concepito. Ma che, come ogni virus, era destinato ad estinguersi. L. aveva vissuto una vita che non gli spettava, in un mondo che aveva sempre rifiutato. Le utopie le aveva lasciate al vento oramai tempo prima, ora vedeva davanti a se solo realtà e certezza. E putridume.
L. non era più semplicemente un uomo. Era l'antitesi dell'uomo, il vaccino più potente contro la malattia più devastante.
Nella sua stanza bianca, osservando l'immensa distesa di cemento e ferro che formava un nuovo orizzonte frastagliato, al chiaro di un unico raggio di luna, L. pensò a sua figlia, prima di premere per un'ultima volta il grilletto.


Da quel giorno, l'umanità decadde. In ogni essere umano presente sulla Terra sbocciò infine il seme della follia. L'uomo compì definitivamente la sua opera di autodistruzione. La popolazione mondiale venne investita da un'ondata di pazzia generale. La società così come era conosciuta cessò di esistere. Gli uomini continuarono per anni ad uccidere altri uomini, finchè non si annientarono fino all'estinzione totale. Il profondo segno che gli esseri umani avevano lasciato nel mondo fu testimoniato solo più da meste rovine di città vuote.
La Terra tornò in mano all'incoscienza animale, la purezza di spirito aleggiò per l'eternità nelle menti delle creature dominanti il mondo.
La natura, infine, tornò a essere burattinaia del suo macabro teatro.


Quando gli agenti raggiunsero la stanza 366 dell'Hope Asylum, riuscirono ad abbracciare la complessità della mente umana. Ai loro occhi si presentava uno spettacolo terrificante: il bagliore bianco candido del pavimento della stanza era disgustosamente imbrattato del materiale organico dell'uomo riverso a terra. Come i medici, l'FBI non si spiegava come fosse potuta accadere una tragedia simile. L'uomo era entrato in possesso di un'arma da fuoco e si ipotizzava che la sua condizione psichica l'avesse portato al suicidio. Scrittore fallito, l'uomo era andato in bancarotta, e la sua mente aveva ceduto. La sua carriera si era semplicemente dissolta, come si erano dissolte le vite di sua moglie e di sua figlia sotto le pallottole d'amore di un uomo impazzito. Per l'evidente criticità delle sue condizioni psichiche, l'uomo era stato isolato in un carcere psichiatrico e lasciato da solo ai suoi rimorsi e alle sue follie.
Il vero senso di terrore, però, gli agenti lo provarono solo alzando lo sguardo verso il soffitto. Sopra la loro testa, un intricato contorcersi di righe di grafite danzava, come se agitato da forza sconosciuta.


Sul soffitto della sua stanza bianca, prima di terminare la sua esistenza, Light Kane aveva scritto per un'ultima volta il finale di un libro. Il libro dell'umanità.


Homo homini lupus, semper.





martedì 20 agosto 2013

Lost in Amsterdam

Sparire nell'anormalità della notte, sfrecciando ad un ritmo dubstep per soddisfare le nostre voglie di party di festa di ricchezza di vanità. Mentre basso dopo basso ci sciogliamo come gelato al sole. Le nostre maschere di mondanità che si squagliano a fronte del nostro armand de Brignac. Solo oro davanti ai miei occhi mentre scorrono sfarzo e grossezza come ad una catena di distribuzione. 
Come un martello pneumatico sul mio cervello tutti quei suoni si infrangono alla ricerca della normalità per narcotizzarla. Verso l'infinito del movimento, la perfezione del momento. Scuoto, corro, volo, rotolo, scorro, mi infrango, alla ricerca dell'arcobaleno del privè. 
Osserva bene tutto quello che vedi, alberi, case, persone, animali, natura. Tutto si distruggerà trascinato dal vortice delle passioni che attanaglieranno il tuo corpo per le prossime vite. Sogni l'olimpo, finisci al bingo. 
Sono la risposta, sono la coca, l'anima della festa, il big della serata. Lascia spazio al vip, abbandonati alla succulenza del lusso, sono il re e tu vuoi il trono, e ora di giocare, in questo mondo c'è un solo Dio e quello sono io. 

venerdì 9 agosto 2013

Tu.

Ci ripensi. A volte ci ripensi..
Guardi il passato come se non fosse mai passato. Scappo dai ricordi, dai pianti, dai momenti scuri. Scappo perché non riesco a guardarli. Neanche ora, neanche ora che sono grande, che sono un adulto. Ho sempre avuto una paura fottuta che un giorno avrei dovuto guardare quello specchio e mi ci sarei rivisto dentro. Dentro a quella massa di merda informe che ha perseguitato quelli che tutti chiamano gli anni più belli della tua vita. Non sono gli anni più belli della tua vita. Non lo sono mai stati. Sono solo anni dove vorresti crescere il più presto possibile per scappare come scappi con la mente, anni in cui non avresti voluto vedere nulla di quello che hai visto, anni che non spariranno mai dalla mia testa perché sono un maledetto incubo ricorrente. 
Come quando stavi li seduto ad aspettare che risposte sarebbe uscite. E poi scoprivi che quelle risposte non le avresti mai volute sapere, risposte che avevi seppellito per sempre dentro di te, come tutta la rabbia del mondo. I sogni non ci sono mai stati per quel bambino troppo grande per tutti tranne che per se stesso. Perché mi hai fatto questo? Te lo chiedo perché non ho mai voluto chiedertelo di persona. Non l'ho mai fatto perché so che la tua famiglia non siamo noi, l'ho sempre saputo dal primo giorno. Ti ho sempre stimato dal profondo del mio cuori, ti ho visto come quello che era due, tre, quattro spanne sopra gli altri. Bloccato da se stesso, bloccato dalle stesse paure che bloccano me, che bloccano tutto. Perché non possiamo sparire ti stai chiedendo? Perché siamo vivi e lo saremo sempre. 
Non sarà quel cibo che mangi di nascosto ad aiutarti, non sarà quel silenzio nel quale ci nascondiamo entrambi che ci porterà quello che vogliamo. Sappiamo entrambi che i problemi ci sono ovunque e ce li hanno tutti però lo sai anche tu che un bambino non dovrebbe vivere così.
Le persone parlano, l'orgoglio parla, il cervello parla. Ma noi, noi non parliamo mai. Mai. 
Vorrei tanto sapere cosa mi spinge a provare ancora pietà, tristezza. Non provo nulla e tu lo sai, dentro di te lo sai, lo vedo da come mi guardi. Lo vedo da come non reagisci quando esplodo nei modi più disparati. Perché cazzo sono una persona, una persona che deve accumulare all'infinito perché non sa più come si disperdono. Credi che sia bello considerare le emozioni paure? No non lo è per nulla. 
Vi nascondete dietro le vostre maschere da intellettuali ma tutti i libri che avete letto sono crollati davanti a quel golem. Quello che era debole davvero, quello che si è sempre aggrappato al vostro nucleo perché sapeva non essere autosufficiente, voi l'avete tenuto stretto per paura di lasciarlo cadere. Per paura di essere mangiati dai rimorsi. 
Ora siete solo delle ombre, ombre che affogano per respirare, proprio come me.
Voglio tagliare quella maledetta corda ma so che se la taglierò crollerò nella ricerca infinità di uno schianto. 
Io mi sono già arreso, voi forse no.
Diventerò come te, sentiti in colpa. Almeno un po'.
Amen. 

martedì 23 luglio 2013

Exploding Plastic Torino, Inevitable. L'Osservatore

Li guardo. Così intenti a riempire i loro conti in banca. Sempre più avidi, più cattivi, più spietati. Sempre più squali. 
Pensa ad una partita a scacchi, pensa ai pedoni, agli alfieri, alle torri, ai cavalli, al re e alla regina. Ci sono diverse tipologie di persona ed ognuna rientra in una di queste categorie. Ci sono le persone comuni, quelle che si alzano tutti i giorni e vanno al loro lavoro che a stento permette loro di campare. Quelle sono i pedoni e via via si va salendo fino a loro i milionari che spendono e spandono alla faccia della crisi e di tutti i codici etici possibili ed immaginabili. Ci sono anche i miliardari, elite della popolazione che può permettersi ogni cosa, che può manovrare decisioni di interi stati come fossero biscotti della prima colazione. 
E si scannano alla ricerca di diventare il pesce dal cazzo più grosso, quello che ogni pescatore vorrebbe pescare, il Re. Oppure cercano di aumentare il loro prestigio arricchendosi di possibilità, investendo in ogni dove come se non ci fosse un domani, cercano di entrare in ogni club, in ogni sfumatura esclusiva. Vogliono essere tutto, vogliono essere la Regina. 
Io non penso di rientrare in queste categorie. Io penso di osservarli per un motivo ben preciso, io so che quelli sono solo pezzi, pezzi che fanno parte di una scacchiera e io voglio essere il giocatore. Voglio essere colui che gioca con quei pezzi, quello che decide se si muove il pedone o se si muove la regina. Non mi interessa del loro denaro, delle loro ville sfarzose, delle loro Ferrari, dei loro attici a Milano o delle loro case nelle località più esclusive della Sardegna o della Francia. 
Io voglio essere il giocatore. Odio chi confonde il potere con il denaro. Il denaro è illusione, il denaro è momento. Ma noi non ricerchiamo la perfezione per vederla scomparire, noi cerchiamo la perfezione per vederla brillare per sempre, solo il potere è eterno, solo il potere stampa il tuo nome nei libri di storia. E non esiste denaro che possa comprare il vero potere. Chi decide sta al gradino più alto, chi invece pensa allo sfarzo e alla notorietà non sa che sta svolgendo la funzione del mago, tutti guardano il mago e l'assistente che a prima vista sembra occupare un ruolo di margine prepara il trucco. L'occhio è facilmente ingannabile così come la mente. 
Ogni persona osserva la partita di scacchi, non guarda chi la sta giocando, ogni persona vuole mangiare il pezzo dell'avversario, ma non sa che sta solo osservando un illusione per l'ennesima volta. Il trucco sta nel far credere al tuo avversario che stai lentamente crollando, che stai sbagliando, che gli stai offrendo i tuoi pezzi in un simpatico omaggio. In realtà come un ragno nella notte stai solo tessendo la tua tela, pronto a mangiare quello stupido insetto, proprio come fai ogni giorno. 
Stai chiuso nel tuo buco a organizzare il disegno, mentre i tuoi artigiani nobili e non si sporcano le mani. 
Io sono l'architetto, loro sono i muratori. 
Lasciate i vostri sogni se state a contatto con me, per essere al comando, per essere il più in alto, devi scendere in basso, dove nessuno ti può vedere e dove la realtà tangibile è l'unica cosa che conta. 

sabato 13 luglio 2013

Una storia sbagliata,

Chapter 3.


Il giorno dopo è sempre la parte peggiore. La testa che pesa come un macigno, gli occhi che spasmodicamente si muovono da un insignificante particolare ad un altro, ancor meno importante. Il tanfo di pesce avariato e marciume è quasi soffocante, ma il mio cervello è troppo alterato per riuscire a rielaborare le minuscole molecole di puzzo tremendo. "Io dovrei essere morto". In quel posto è accaduto qualcosa, ne son sicuro. Non è la droga, non è la mia vita del cazzo. È qualcos'altro, è qualcosa che trascende dal maligno fiorire di questa società, dagli occhi vuoti e spenti degli zombie ammaestrati che il mondo alleva da ere ed ere. È qualcosa che non conosce il male. Poichè ne è l'origine stessa. Non so come faccia a capire tutte queste cose, so solo che ora risultano ovvie al filo dei miei mistici ragionamenti. E, soprattutto, so che la bidimensionalità della mia immagine sfuggente ora è richiesta in una causa.
"Io dovrei essere vivo". Non sono neanche vivo, lo so, perchè qualcosa si è staccato irreparabilmente dalla mia anima. Una parte materiale, ne son sicuro. Mi sento sporco al pensiero di soldi, macchine, umanità, fiero egoismo. Mi sento sporco in questi panni da essere inferiore. Ma ora ho uno scopo, ora servo, ora esisto.


Il caos totale. Tracollo finanziario, collasso degli stati e delle autorità governative. Dilagare impetuoso di malattie, deliri ed epidemie. Potere dettato dalla violenza e dalla paura, dal terrore. Città rese giungle, giungle rese mattatoi. Il mondo che diventa teatro dell'autodistruzione di se stesso. L'uomo retrocede di migliaia e migliaia di anni di evoluzioni. Madre Natura riprende il controllo su ciò che per troppo tempo non è stato in suo potere.
Tutto questo sta per succedere. E io sono qua, nelle vesti di un umile corpo per far si che tutto ciò non accada, o almeno accada quando sarà deciso.

Io sono L., e adesso avete il motivo di interessarvi al mio nome.

martedì 25 giugno 2013

Una storia sbagliata,

Chapter 2.

Sudore. Caldo afoso. Un casino assordante del traffico delle 11.30. Il telegiornale che trasmette l'ennesima brutta notizia sui ribelli turchi e su qualche specie animale in estinzione di cui non me ne frega assolutamente un cazzo. Con un gesto estremo sollevo il corpo dalle lenzuola sudicie, ripromettendomi di cambiarle prima o poi. Come ogni volta mi risveglio in questo buco di merda 4x4, e maledico il giorno in cui mia madre non mi ha donato un cervello più funzionante. Con quello, probabilmente ora sarei a fare il fighetto in qualche college da due dollari per conseguire una laurea che probabilmente non mi sarebbe servita a nulla. Accendo una sigaretta e preparo la mia classica colazione del capitano: hot dog della sera prima e birra mezza fermentata arrivata ormai alla temperatura di evaporazione. Do due morsi, ma i conati di vomito mi assalgono e getto il panino nella spazzatura. Un'altra giornata di merda, penso. Vero fino ad un certo punto. Mi vesto, bermuda color kaki e maglietta attillata con scollo a V. Mi diverto a mettere in risalto il mio fisico, è l'unica cosa di cui posso vantarmi e prima o poi son sicuro che troverò una tardona ereditiera che scalpita come un cagnolino in attesa dell'emozione di un'ultima scopata. La troverò. "Il mondo è alla fine, sbrigati". Ma che cazzo..? Una voce femminile, suadente quanto autoritaria è rimbombata nella mia testa, senza cognizione di causa alcuna. Mi siedo un attimo davanti a un piccolo negozio di elettronica, riordinando un attimo i pensieri e sedando i nervi. Un'allucinazione. Sicuro è stata la birra di ieri sera. Fanculo, non la compro più la Budweiser. Ripreso il controllo della mia psiche, mi muovo verso District 1, il più anonimo quanto infame buco del culo del mondo. Cosa vado a farci? Prova a indovinare, bellezza. Quando becco John, capisco che per fortuna io ho ancora una qualche parvenza di dignità. John è il più grande figlio di puttana del mondo. Una volta ricercatore biochimico, la brama dei soldi l'aveva portato al degenero. Per due anni si era chiuso in laboratorio e, andando avanti a scatolette di manzo e acqua sporca, aveva sintetizzato una nuova droga, la MSL-1, mesoscalina L-1. Potentissimo allucinogeno, eccitante e rilassante, era la droga perfetta. Dopo 10 anni, però, i suoi effetti avevano iniziato a giocare ai minatori sul volto di John. Con la sua roba assoggettava mezza città al suo volere, perchè la dipendenza da MSL-1 era praticamente immediata. I suoi prezzi erano sempre più alti, la merda con cui tagliava la sua roba era sempre più schifosa, la gente era sempre più fuori di testa. Era un piccolo agente del caos, ma non sarebbe passato tanto tempo prima che la polizia lo ritrovasse in un qualche vicolo con due pallottole in testa. Ora, con la testa leggera e il mio corpo un po' più radioattivo, mi sento meglio. La vita non fa così schifo, quel cane verde mi mette allegria. Merda, devo tornare a casa. La strada è sempre più traballante, le macchine sono sempre più grosse, la gente si muove troppo velocemente e troppo scomposta. No, non ce la faccio. Mi rifugio nel primo vicolo chiuso, dietro alla puzza di pesce marcio di un Japan Restaurant. Contro i mattoni freddi il mio corpo viene attraversato da spasmi incontrollabili. Poco a poco, scivolo in un limbo di inconsistenza tra l'overdose e il sonno che mi culla come in una vasca criogenica. "Sbrigati, ci stai condannando tutti". Ancora la voce, ancora, ancora, basta. "Alza la testa". La testa? Non ho più una testa, io. Non vedi che sto lentamente diventando cenere? E lasciami diventare cenere. "Alza la testa". Con un movimento da marionetta la mia testa scatta in alto. Il buio e la confusione in testa offuscano la vista, in più la ventola di uno sbocco dell'aria emette vampate di calore che lambiscono le orecchie e la bocca, inaridendomi la gola sempre più. "Guarda". D'un tratto, il buio si dirada. I mattoni vengono sostituiti dal nulla, il cemento da una sottile patina bianca opaca. Non distinguo più il mio corpo come tale, ma solo come estensione di quel candore. Muoio, finalmente. "Guarda". I miei occhi si muovono automaticamente, e subito i fumi della droga svaniscono. Il mondo si irrigidisce, il candore si tramuta in materia nero pece che si modella, lambendo i miei piedi, le mie mani. Alzo ancora gli occhi, e un terrore puro attraversa tutto il mondo, tutto lo spazio conosciuto e sconosciuto, tutte le galassie e i cosmi. "Guarda".

sabato 22 giugno 2013

Exploding Plastic Torino. Inevitable.

Intro



Fissavo quella lattina di Red Bull dalle 3 di notte. L'alba si avvicinava anche se lo smog torinese sembrava porle un sottile velo in modo tale da nasconderla ancora un po' agli ignari lavoratori. Alla dodicesima Red Bull avevo deciso che la tredicesima l'avrei osservata, tentando di rimanere immobile. Controllare gli spasmi della caffeina e fissare come trascinato da un obbiettivo non specificato verso quel logo, progettato da chissà quale studio in Austria. Avrei dovuto cominciare a studiare per quell'esame diverse settimane fa, ma si sa, quando comincia a capire che la scuola non fa per te dovresti trovarti un lavoro, un'occupazione, un mezzo per cominciare il grande salto verso la vita vera. O almeno così ho sempre pensato io, finché verso il 13 anni credo ho capito che sarei stato all'infinito un mantenuto. Non per un motivo particolare, non per cattiveria verso i miei genitori, neanche per mancanza di capacità (c'è addirittura chi pensa che io sia un genio). Credo che questa conclusione mi sia giunta tra le mani quando ho capito che lo stadio del bambino dell'egocentrismo assoluto studiato da Freud nel mio caso non sia mai cambiato. Al centro ci sono, c'è la mia vita, i miei impulsi sessuali e i miei impulsi emozionali. Nient'altro. Semplicemente questo. 
E oggi ho deciso che non dormirò. Mi sono alzato come tutte le mattina, ho saltato le lezioni dell'università di psicologia alla quale sono iscritto da un anno, ho acceso una sigaretta, ho fatto due tiri e senza alcun motivo ho indossato un paio di jeans stretti pagati due soldi da H&M, una maglietta scollata e sono corso al primo supermercato e ho comprato tre confezioni da 6 di Red Bull. Quindi mi sono chiuso nel mio bilocale e ho cominciato a bere. Ogni tanto rollavo una canna, mettevo poco fumo, chiudevo facevo qualche tiro e aprivo una nuova lattina. Così per tutto il giorno. Non perdevo mai il controllo, quindi sono sceso di sotto ho prelevato 200 euro più o meno quanto mi rimaneva sul conto, sono andato da uno spacciatore ho comprato la coca, sono tornato al bilocale e ho sniffato. Silenzio, continuava ad essere silenzioso. 
Ho ricominciato a bere, ma ho corretto il contenuto di quelle lattina Blu argento con dell'Absolut Vodka tenuto li per qualche eventuale party. Niente da fare il silenzio non cambiava di una virgola. 
Ad un certo punto, credo di aver pregato per la prima volta, seriamente, nella mia vita. Ma non ho pregato un padre nostro o un ave Maria, no ho pregato in silenzio, fissando quella lattina e non credo di aver pregato nessun Dio che non fosse me stesso. 
In un pieno stato di egocentrismo alterato ho fissato quella lattina a lungo, per ore ininterrotte. E pregavo, pregavo allo sfinimento di non essere immobile. Pregavo di uscire da quel luogo, di andare a scopare, di andare a picchiare qualcuno, di andare a devastarmi di droghe al primo party che avrei trovato, di andare dai miei genitori e di dire loro in lacrime che nessun esame di cui avevo parlato loro era stato svolto, di andare fuori dai miei amici e dire loro che erano mesi che non sentivo più nulla. 
Invece sono rimasto li. Seduto a gambe incrociate ad osservare quella lattina immobile come un trofeo. La vedevo come uno specchio che rifletteva ai miei occhi il mio corpo, un totem nel quale riversare le miei preghiere nella speranza di trovare l'emozione forte, il picco, per poter fuggire da quella mia paralisi. 
Ma nonostante ore di preghiere ininterrotte il mio nichilismo emozionale non si era scostato di un centimetro, anzi si era rafforzato; Avevo volontariamente esposto il mio corpo al massimo rischio alla ricerca della paura estrema, volevo che il mio cuore esplodesse dall'adrenalina. Invece il mio cuore era rimasto costante, costante come le emozioni che il mio cervello stritolava tra le sue possenti mani. Le stritolava ad una ad una senza fare distinzione: Amore, odio, rabbia, tenerezza, dolcezza, tristezza..ogni cosa era grigia, incolore per eccellenza e nonostante i miei occhi, il mio sorriso e il mio corpo materiale si ostinassero nella loro plasticità a dire il contrario, io sapevo dal mio cuore che la verità, l'unica e assoluta si racchiudeva nel mio essere grigio. 
Così istintivamente colto da un raptus improvviso, mi alzai e andai dritto verso la finestra del sesto piano del mio palazzo e mi sedetti sul davanzale come un folle prima del suicidio. Osservavo l'altezza, una cosa che col tempo mi aveva spaventato sempre di più, ma anche questa volta la osservavo senza vibrare, senza sentire in me i brividi che salivano nel mio corpo, i brividi di paura ed eccitazione uniti come in una catena genetica e intenti a scalare vorticosamente il mio corpo. Poi, una scossa fortissima e improvvisa. Cado di schiena sul pavimento e rimango con le gambe sollevate a creare un angolo perfetto di 90 gradi con il mio corpo. Il dolore terribile della caduta mi aveva dato una scossa, ma niente a che fare con il brivido così intenso che aveva pervaso il mio corpo prima del mio tentativo di suicidio. Un brivido che avevo cercato così a lungo e così intensamente. 
Quasi in estasi mi alzo e vado in bagno, prendo un bicchiere ci butto dentro un po' d'acqua e un'aspirina, riempo la vasca d'acqua calda e stacco una lametta dal mio rasoio, bevo il bicchiere d'acqua, mi immergo ancora vestito nella vasca e taglio, un taglio netto, dritto all'altezza del polso e poi chiudo gli occhi, con il sorriso. Il brivido mi aveva fatto esplodere. 

domenica 9 giugno 2013

Riflessioni post sbornia

Il silenzio lontano avanza nel mio cuore . Sento un fervore di nubi aggirarsi nel mio inconscio. L'inconfondibile sensazione di solitudine mi pervade. Così solo e così perverso. Assurdo nelle sue infinite sfumature mi assopisco. 
Sogni, sogni..insiemi terribili di paure e deliri interiori. L'elettronica di un corpo lasciata crollare nel suo marciume. Anoressia e risovolti, moda e desideri, amore e sesso, catrame e sudore.
Così bella, così irraggiungibile, vola nella mia mente ma non accanto a me. 
Fiori, campi sconfinati di fiori di mille colori ecco cosa mi ricorda. Pace e paradiso, l'eden del mio Io. Ogni cosa è illuminata come un Mars negli spot, come il tuo viso al verde dei miei occhi.

venerdì 7 giugno 2013

Hardcore Gangsta Shit


Il party smembrava il mondo reale dalle esplosioni di finzione che avvolgevano l'esterno di quel regno incantato che è la realtà. Keith reputava merda quella dubstep, per me era solo una sfumatura come tante altre. 
Sprazzi di alternatività inondavano come uno tsunami quella piccola stanza della Torino bene. 
Un ritorno senza luci mi attendeva.  E poi c'era lei. Ballava ossessionata da Skrillex e dall'imitare la visione di Spring Breakers di pochi giorni prima. Leggera come una farfalla, bionda come Playboy, di un colore ricordava deserti lontani. Era la quinta essenza del sesso per tutti, figuriamoci per un adolescente diciannovenne in piena esplosione ormonale. Era un desiderio crescente di vorticose emozioni. Avrei voluto riempirla come un fiume in piena in tutti i suo...già avrei voluto è la definizione giusta..perché mentre lei si librava sulla pista impossessata dai Daft Punk d'annata io la osservavo con i miei rubini consumato dal Delirium di uno stramaledetto Negroni.  
Una serata come le altre d'altronde. Elena era come un diamante grezzo, sanno tutti che vale milioni ma solo un'artista merita di renderlo un capolavoro di gioielleria. 
Non potevo essere io quell'artista...per me era già un capolavoro, non potevo completarla, incapace anche solo di mostrare a me stesso il mio volto, come avrei potuto mostrarlo a lei?
L'erba e l'alcool avvolgevano la mia mente, liberando a casaccio ogni suo singolo elemento in un tornado di estrema intelligenza scandita da inesorabili turni al cesso per infinite pisciate.
Ogni volta che barcollavo in sua direzione una canna o anche un semplice ubriaco mi sembravano una deviazione più semplice. Poi..l'apice, la vedo troppo bella anche per la mia perversa immaginazione, mi avvicino e tento di sussurrarle all'orecchio quanto vorrei scoparla, ma all'improvviso un ritorno preciso di una pasta al sugo e ricotta imbocca la corsia preferenziale e si avvia a sorpassare tutti per lanciarsi in tempo record sulla pista da ballo. 
Inerme e silenzioso osservo il vomito a pochi centimetri dalle sue gambe vellutate, lei mi guarda disgustata ma anche preoccupata e mi chiede se va tutto bene, è la mia occasione per il riscatto penso nella mia mente annebbiata, e sparo: " this is hardcore gangsta, shit!!" E le sbocco tutto, tutto addosso.

Come fiori in primavera ti guarderò fino alla fine dei miei giorni, perché per me non c'è arte maggiore di te, soave insieme di bellezze, culture e sfumature. Dalle mille pietre preziose dei miei occhi lancerò sentimenti nella speranza che ci sia anche solo un filamento del tuo essere che mi reputi degno del tuo sorriso. 
Bitch. 

lunedì 3 giugno 2013

Una storia sbagliata

Una storia sbagliata, chapter 1

Fin dai tempi remoti, il restare immerso nella gente non mi ha creato nessun problema. Io vivo senza essere degnato di uno sguardo, loro decidono che è meglio così. E forse lo è davvero. Civiltà antiche, civiltà mai scoperte. Le ho conosciute tutte. Eretici, pensatori falliti, traditori della patria, despoti. Li ho conosciuti tutti. Spesso, ancora oggi dove il concetto di corruzione è velato da un impeccabile strato di ipocrisia, i miei servigi aiutano a creare, anzi, creano, il caos. Il mio nutrimento, la mia fonte di vita è in fondo lo stesso fine per cui opero, quindi non posso dire che la mia vita sia troppo miserabile. Dopotutto, bisogna accontentarsi. Io sono colui che dall'alba dei tempi regola lo yin dello squallore, colui che riporta ciò che è sbagliato a un livello accettabile per gli umani. Come sono nato? Non lo so, ho osservato il buio per un tempo infinito, fino a quando il mare, la terra e le montagne mi si sono materializzate davanti. Come ho saputo la mia utilità nel mondo? Il fragile collo di un bambino spezzato dalle tue mani è una cosa che ti caratterizza per sempre. Ora però l'umanità non ha più bisogno di me, il problema è che non sono questi i piani del loro Dio.

Cammino a testa bassa nella folla, cappuccio sul capo e mani in tasca che si agitano nervosamente. Io sono L, abbreviativo di un nome che probabilmente non vi interessa. La mia vita è sempre stata caratterizzata da una monotonia asfissiante, ed è esattamente quello che voglio. O almeno, volevo. Studente con voti mediocri, risultati mediocri nel lavoro e nella vita. Il classico esempio di uomo medio. Svolto a destra nella prima via che incontro, un musicista ambulante intona con dita ispirate dal vino "La cavalcata delle Valchirie" di Wagner. Perché la gente è così felice? Non ne vedo il motivo. Noia, insuccessi, insoddisfazioni continue magari addolcite da una ragazza che di sicuro non è fedele. La musica, poi, rende tutto solamente più frivolo. Probabilmente fino a stamattina non la pensavo così, ma la vita è una fottuta roulette. Io però non ci volevo giocare, e ora vi spiegherò perchè...

venerdì 17 maggio 2013

Monte Carlo with Barbiturici

Sprazzi di suoni confusi si sprigionavano dalla pista più famosa del mondo vorticavano verso la mia finestra in preda a spasmi inviolabili dalla sguardo. Quella poltrona di design mi sembrava sempre più soffice, leggera, melmosa. Sprofondare nella mente di un architetto.
Correvo su piste di zucchero filato volando nella mente dei miei avi. Scalavo corredi genetici al ritmo di una macchina da scrivere che pompava sangue nel mio cuore. Rotolavo all'infinito nel vuoto del mio Io. Inibire la violenza era il mio credo. Annebbiare la mia mente era il mio piano.
L'angelico volto delle ninfe della droga mi coccolava verso i fiori di loto dei miei sogni.
Un viaggio verso mete profonde della mente. Un quadro degno del più malato Modigliani. Un energica danza dei morti.
La vostra vita del cazzo, le vostre passioni del cazzo, le vostre famiglie del cazzo, le vostre regole del cazzo, la vostra politica del cazzo, il vostro rap del cazzo, i vostri vestiti del cazzo, il vostro cane del cazzo, i vostri dettami del cazzo, i vostri giudizi del cazzo, i vostri sguardi del cazzo. Sono solo uno tsunami di spazzatura che mi investirà e mi farà sentire più forte mentre io dall'alto della mia perfezione cosmica vi guarderò con piacere sul mio triclinio "stupefacente".
Posti lontani come la tua mente non ce ne sono, perversioni peggiori del tuo inconscio non sono neanche immaginabili. Un modello di successi ripercorre il cortometraggio psichedelico che rimbalza sui tuoi Ray-Ban.
Consumista letale dell'alternatività ti ergi sul tuo trono di Indy per lanciare permalosi sorrisi alla plebe che ti scorge dalle sue maschere corredate d'ipocrisia. Passa il muro del blocco, vieni con me. Non conoscerai luogo come questo, un luogo sospeso, lontano da iPhone e Real Madrid. Ma vicino a quello che desideri nei tuoi sogni effimeri, ma che non puoi toccare. Passa al lato arcobaleno.

P.S. Cammino da solo, un viaggio oscuro, pareti che sembrano annerirsi, volto che invecchia al ritmo delle mie paure. Un solo incubo, una sola esperienza. Un cambiamento di vita. Ora è limited experience. Vorrei essere solo un uragano e spazzare via per poter tornare al mio lato arcobaleno. Nulla dura per sempre. Ma puoi curarti con le dipendenze. L'eccesso è un lusso. Ho deciso che il lusso è un diritto. Sono il capitalista dei colori.
Peace.

mercoledì 1 maggio 2013

Appunti presi sotto l'effetto di Yage.

Le immagini cadono lente e silenziose come neve.. Serenità.. Cadono tutte le difese... Ogni cosa è libera di entrare o uscire, la paura è semplicemente impossibile.. Una bellissima sostanza azzurra penetra in me.. Vedo un arcaico volto sorridente simile a una maschera dei Mari del Sud.. La figura è di un azzurro violetto screziato d'oro.. La stanza ha l'aspetto di un bordello turco con pareti blu e lampade rosse che illuminano drappi indescrivibili.. Sento che mi sto trasformando, il nero sta silenziosamente invadendo la mia carne, le mie gambe si arrotondano, assumono una consistenza volatile.. Ogni cosa si muove di una vita furtiva, fremente.. La stanza ha un che di meridionale, caldo, schiavitù., i Mari del Sud e il volto sorridente simile a una maschera.. È un viaggio spazio-temporale, migrazioni e viaggi straordinari all'interno di coltri luminose splendenti, costellazioni di sabbia e sogni di cemento e ferro.. La stanza. Vibra terribilmente. Insopportabile, falla smettere. DEVE smettere. Ferma.. Ferma.. Ferma.. 



Il male.

lunedì 15 aprile 2013

Missing in action

Finalmente un posto sicuro. Non lo è. Ma nella situazione che sono anche la punta di uno spillo potrebbe esserlo. Ogni tanto ci penso a cosa mi ha portato in questo inferno. Forse l'esaltazione della gente, forse il disperato sentore di un'insoddisfazione. Oppure il semplice fatto che farlo mi ha sempre attirato. Strani complessi di sadismo, mai soddisfatti per fortuna. Ma quello che è in realtà questa merda mi ha convinto che tutto quello che desidero è la semplice tranquillità. Mi sporgo, vento tagliente come coltelli mi sferza la faccia, ma non scompone mai i miei capelli. Come ogni volta che osservo il mondo, dietro l'ultimo uomo davanti a me vedo solo ostilità. E il mondo attorno vede in me solo tortura. Qualche pensiero filosofico mi affiora in mente, ma il momento non consente di cogliere quell'unico spunto di razionalità qua fuori. E ora, come ogni santo giorno, guardo la mia mano. Espongo quasi forzatamente ai miei occhi quello che conservo come fonte di vita per me. Solo per me. Infine stacco la miccia. Ho poco tempo per decidere quello che devo fare. Il pensiero di tenerla stretta solo per me, giusto per tre inutili secondi, è sempre costante. Ma alla fine quella fonte di vita cadrà leggera ai piedi del mondo ostile. E in un vortice di follia se li porterà con se, lontani da me.
Cammino per la strada solo, le memorie che mi hanno perseguitato fuggono
Un assassino cammina per la tua strada stasera
Perdonatemi per i miei crimini, non dimenticate che ero così giovane
Un pensiero troppo terrificante, nel nome del paese e di Dio. 

giovedì 11 aprile 2013

Il funerale.

Siete mai stati ad un funerale? Sapete quel rito, molto religioso, ma in fondo molto umano, nel quale si celebra la morte di una persona, di un umano. Quello che in fondo dovrebbe esprimere il nostro approccio verso la morte, l'unico dilemma vero a cui l'uomo non sa rispondere, l'unico cavillo a cui le entità religiose di norma ancora si attaccano sapendo di trovare un porto sicuro.
Ma non è della religione che vogliamo parlare. Vogliamo parlare del funerale e di cosa porta a noi un funerale.
Il funerale è un cavillo della società, un messaggio che noi mandiamo, una pubblicità.
L'uomo è cattivo, maligno e terribile di natura, non prova emozioni per se stesso e spesso negli altri vede solo un riflesso positivo di se stesso. Siamo creature malvagie, che si pestano senza pietà per inseguire il successo, molto spesso anche qui parliamo di un qualcosa che abbiamo sempre creato per renderci in qualche modo in grado di scavalcare sempre gli altri.
Il funerale non è altro che un modo molto esplicito e chiaro per dimostrare che siamo ancora un qualcosa che prova emozioni, quei mille colori che inondano la materia fisica dall'arcano rendendola per qualche secondo calda e viva. Ma in realtà è solo un debole bagliore in un bagno di buio.
Il nostro blackout interiore è solo illuminato da maschere come il funerale, la pietà, l'elemosina e la filantropia.
Vogliamo pulirci di quel peso, di quel terribile fardello che ci portiamo dalla nostra nascita. Siamo anime vuote, prive di sentimenti, di vere sfumature positive. Egocentriche creature con il solo pensiero di arrivare più in alto. Siamo bugiardi cronici e lo siamo con gli altri perché lo siamo con noi stessi. Dobbiamo sprofondare nel nostro buio per capire quanto siamo realmente malvagi. Solo che siamo troppo occupati a colorare e decorare le nostre maschere..i nostri costumi...le nostre vie di fuga, infinite, limpide e pulite..ma sotto di noi c'è sempre l'oceano e non potremmo mai dimostrare che siamo in grado di non affondare, perché il nostro buio prenderà sempre il sopravvento, non c'è la lotta tra il buono e il cattivo, c'è la lotta tra il più cinico e il meno cinico. Buio contro buio vince solo il buio.
Sprofondiamo nella nostra melma. Così calda, così nostra.
Siamo pronti per il funerale definitivo.
Amen.

Respirare. Tra Narciso e Kitano.

Scorre come un fiume in piena. Scorre nel tuo sangue, nel tuo volto, nei tuoi occhi, nella tua mente, nei tuoi sogni. Scorre come la passione di giovani adolescenti vogliosi. Scorre come uno tsunami. Scorre come il carnevale di Rio. Scorre come le puttane di Rio. Scorre come il traffico a Zurigo. Scorre come i soldi sul conto di Roman Abramovich. Scorre come le passerelle della Milano bene. Scorre nelle narici della Milano bene. Scorre nelle narici della Milano cattiva. Scorre nelle narici italiane. Scorre nelle narici europee. Scorre nelle tue narici. Scorre nelle mie narici. Scorre. Profonda energia, profonda magia. Profonda avidità. Profonda ricchezza. Profonda povertà.

Ti lasci cadere nel buio di un bagno, nell'attesa che la società nichilista ti accolga con le sue lunghe e potenti braccia. Speri che un giorno lascerai Torino, andrai lontano, Palo Alto, Malibù, San Francisco, Miami, Tokyo..così vicine in questi momenti, quando inali la magia, quando riprendi a pensare.

Perché stai così lontana dal mio possesso, dal mio gioco, dal mio ossesso. Sesso. Mi fai sesso.

Rotolare nel proprio Nirvana ascoltando Kurt Cobain. Rotolare nella vasca pensando a Kurt Cobain.

Frasi sconnesse, artistiche, narcisistiche. L'arte di giocare con il nulla. La mia parcella è troppo alta per le tue inutili tasche. Perdente.

Sono un'artista e lascerò voi poveri avi uomini al culto della personalità e mentre vi guarderò inneggiare al mio talento da Archistar dell'arte penserò: siate schiavi.

Inala.

Cosa? Ma è chiaro, l'aria.

Frank Sinatra

Buio. Luce. Buio. Luce. Buio. Luce.
Vibra. Troppo. Veloce.
Scorre. Sniffa. Soldi. Troppi.
Musica. Bella. Elettronica. Moda.
LSD. Acidi. Sesso. Rock.

Ogni cosa la fa con il suo vestito. Quello alla moda, quello bello. So Nice.
Sfugge ai paparazzi, vola con il jet privato. Scappa dalla celebrità che lo possiede avidamente. Un po' come lui possiede avidamente Hermes Birkin.
Evasore o esattore del piacere. Sniffa cocaina come i poveri, ma la sua e Coca Chanel. Essere famosi è così rilassante.
Così destabilizzante, ogni notte con una modella diversa. Uno stupido sorriso, un pesante assegno.
Scopare in limousine è così noioso.
Ma tu lo conosci Frank Sinatra? E' morto.

domenica 7 aprile 2013

Scary monsters and nice spirits

È la Paura. Quella sensazione, quelle tenaglie che in un istante afferrano il tuo stomaco e la tua psiche restituendoteli poi ogni volta un po' più ammaccati. Quel motore che nelle pieghe della vita non si spegnerà mai, per indubbia conseguenza di ciò che è il mondo. Quello strano torpore mentale che ti rende solamente un manichino alla mercé dei tuoi aguzzini, che siano reali o chimici. Quel volare, in un istante, attraverso il tuo passato e il tuo futuro, senza però passare mai dal presente. Le tue gambe, paralizzate, ora si muovono. Il tuo cervello, rallentato dai fumi tossici delle industrie malate della società, delle quali sei dipendente, è attivo. I tuoi occhi, fissi in un punto, adesso spaziano dalle più piccole composizioni molecolari fino all'universo più profondo, in un viaggio senza meta ma con fine prestabilita. 
È la Paura. Arriva, scappa, torna. Nel momento in cui ti dovrai ricongiungere a colui che qualcuno ha inventato ad hoc per te, la Paura ti guarderà. Ti sorriderà. E in un attimo capirai la tua debolezza. Ti dirà, con parole soavi, che è una vita che si diverte. Si diverte a guardare te crucciarti per il nulla che lei stessa ti ha fatto temere, per le sgradevoli emozioni che ti ha proposto e che tu, ingenuamente, hai accettato. 
È la Paura. Quella che ci rende tutti mostri paurosi e spiriti interessanti. È colei che ti appare, sotto forma di umano, quando ti guardi allo specchio. 

È la Paura. E la Paura non è nient'altro che te.

mercoledì 3 aprile 2013

Champignons

Era solo uno sprofondare...nei meandri di noi stessi, dove siamo solo vapore, nebbia. Dove il mondo non ci può vedere. Dove siamo solo noi. Tu sei te stesso solo nella tua nebbia. 
Ho bisogno di volare lontano, quando il mondo si spegne...
Sulle nostre amache silenziose viaggiamo. Viaggiamo nel lontano universo a noi così amico. Grazie Dio, grazie famiglia, grazie di essere scomparsi mentre volavamo via sulle nostre ali di seta. 
Il nostro Paradiso è ancora lontano, ma mai vicino come il nostro Inferno. Nelle fiamme delle bombe della felicità noi viaggiamo, per voi poveri peccatori ipocriti. 
Il nostro è un viaggio colorato, lontano, bellissimo. Siamo meteore in cerca del pianeta da incendiare.
Vi ho visti bruciare da lontano, mentre inalavo le ceneri della verità, vividi, vivi. Luridi e sporchi segni della civiltà che si mostrano come pavidi eroi di un mondo meschino che tanto li odia e tanto li ama. 

venerdì 29 marzo 2013

The long and strange story of two dependable guys.

Ora immagina di vedere in lontananza due ragazzi. La loro immagine è sfocata dal filtro dell'aria, le loro sagome confuse. Avvicinati un po', noti che sono girati di schiena. Ma ora osserva dove sei. Riesci a capirlo? Sotto di te una strada, perfettamente dritta, che porta ai due ragazzi. Di fianco qualcosa che non riesci a capire, però fa rumore, un rumore assordante. E sopra il nulla. Questa accozzaglia di elementi praticamente messi a caso ti rende nervoso, lo capisco.. È sempre meglio avere il controllo su ciò che ti sta attorno, ma ora non puoi. Lasciati trascinare dalla curiosità, dopotutto lì davanti a te ci sono due ragazzi, loro probabilmente ne sapranno più di te. Muovi il primo passo, il secondo, il terzo. Ti sembra di fluttuare, le cose non ben definite attorno a te risultano più leggiadre, più evanescenti. I due ragazzi ora sono più vicini, riesci quasi a distinguerne le figure. Cammini ancora, ma mentre oltrepassi una leggera nebbia lo scenario cambia: i due ragazzi sempre lì in fondo, ma ora il luogo è illuminato di una luce fortissima, quasi ti acceca. Faticando riesci ad abituare gli occhi, bruciano, lacrimano, ma ora puoi guardarti di nuovo attorno. Sopra ai due ragazzi  ora c'è qualcosa, sembra uno di quei cartelli dei ranch. Anzi, in lontananza ti sembra di scorgere proprio una vecchia casa texana, tipica dei mandriani del Far West. Loro ancora immobili, tu prendi il coraggio a due mani e ti muovi ancora. Arrivato a qualche metro da loro, noti che il cartello non è leggibile, solo qualche macchia di vernice qua e là. Uno dei due ragazzi si gira, e questo distoglie la tua attenzione dal cartello e dalla casa. È un ragazzo normalissimo, come mai te lo saresti aspettato. Le stramberie che ti circondano sono esageratamente strambe perchè il ragazzo possa essere solo un semplice ragazzo. Il suo sguardo però è intenso, ti fissa. Un po' imbarazzato, un po' intimorito abbassi lo sguardo. Il rumore, a cui oramai ti eri abituato, cessa. Alzi la testa, i ragazzi non ci sono più. Spariti. Il cartello ora è leggibile.

Welcome to our mind.