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martedì 30 dicembre 2014

Non avrò alcun Dio all'infuori di te

Espatriamo dalla nostra anima, alla ricerca di vibrazioni in grado di far suonare l'aria. Inspiriamo ossigeno per gonfiare i nostri polmoni, e nella nostra meccanicità, scindiamo i nostri sentimenti, e non sappiamo fare altro che farci sommergere nell'oceano del nostro cuore. 
Siamo animali inebriati dall'intelligenza, ingiusta e sottile arma, che ci permette di vedere per poi bruciarci lentamente in una catena di domande, in una dolce ed eterna insoddisfazione. 
Siamo ombre, anagrammi di noi stessi, così lontani dal nostro stesso corpo da non percepirci più parte di esso. 
Dolore, indescrivibile dolore scorre nelle nostre vene. Incubiamo sensazioni dopo sensazioni per poi lasciarle corrodere dall'interno quello scintillante scrigno che nasconde sempre peggio le proprie crepe. 
Perdiamo la capacità di sognare e di gustare la vita, perché ogni cosa fa risplendere l'altro lato della medaglia e anche se il futuro potrà essere solo roseo ora non c'è nulla e quel nulla sa ancora più di vuoto quando l'unica cosa che lo può colmare è la stessa che l'ha provocato. 
Ed è allora che non serve più la filosofia e la retorica, perché non sei più neanche in grado di convincere te stesso di tutte le cose che hai voluto ti circondassero. 
Reazioni a catena concatenate su stesse che non riesci più a fermare e ti lasci solo più trascinare dalle cose e il tempo sa solo più accorciarsi e anche lui, una volta interminabile ed odiato, diventa un ignobile avversario sia nel bene che nel male. Gli esami corrono, gli amori scappano, le opportunità svaniscono e rimani tu con te stesso, un giocattolo rotto, e i pezzi ormai un lontano ricordo. 
Il nichilismo che ci pervade nei momenti di sconforto sa essere colmo di odio e di pessimismo. 
E anche quel mondo esteriore che siamo soliti addobbare con le cose che ci più ci piacciono nel nostro infantile egoismo perde i proprio colori. 
E perdiamo le parole in questo bianco e nero che ovatta il nostro presente. Ed è forse in quei momenti che ti senti davvero solo, non perché tu lo sia realmente, ma perché diventi privo anche di condividere ciò che ti senti dentro, perché sai in cuor tuo che quello che stai provando non è descrivibile, non in questo momento, non quando lo senti dentro di te più vivo che mai. 
Che brucia, corrode, strappa e divide in un esplosione interiore di incertezze. 
L'amore non va spiegato, non va capito e non va nemmeno usato. 
L'amore va attraversato, senza respirare, senza immaginare e senza sognare, va vissuto ed abbracciato e dopo contemplato. 
Perché esso non ha forma ne caratteristiche perché è unico, come noi, come nostro segreto. 
Ci guida come un Dio, ci fa male come un Dio, ci fa credere come un Dio. 
Forse è il nostro unico Dio. 
Dopo noi stessi, o forse per un momento è l'unica cosa in grado di oscurare il nostro egoismo. 

Questo sono io nel massimo della mia dissolutezza, alla ricerca sprezzante e cieca dell'apice del desiderio. 

sabato 6 dicembre 2014

Elogio della solitudine

Elogio, non adorazione.
Siamo esseri che non sopportano il vuoto, tantomeno il vuoto umano.
Ma restate un attimo soli.
Cosa affiora? Un contatto, un filo sottile tra voi e il mondo, l'universo, tutto. Tra voi e la foglia che cresce di notte, tra voi e le stelle, tra voi e i vostri problemi. E visto che siamo simili ai nostri simili, anche ai problemi degli altri.
E, in fondo, sono convinto che si possano toccare anche le soluzioni, negli istanti gelidi della solitudine
Parlo a coloro che possono permettersela, la solitudine.
Un vecchio non puó permettersela, un malato neppure, un politico solo spesso è un politico fottuto, mentre un soldato solo è sicuramente un soldato morto.
Parlo a coloro che non si sono ancora resi conto che siamo tutti soli nel mondo, chi di più, chi di meno, ma comunque tutti destinati a sporcarsi le mani per sopravvivere. E sono poche le eccezioni, miei giovani sognatori.
Nè misantropi, nè asceti. Per esperienza personale trovo che la solitudine sia il balsamo della mente, lo specchio della nostra fragile anima che spesso si nasconde dietro il multiforme muro dell'umanitá.
Elogio la solitudine, e spero che voi un giorno possiate non esserne più spaventati, perché le ombre che crea non sono solo tristezza e paura, ma anche sicurezza e talento.
Elogio la solitudine perchè mi sono accorto, nelle seppur poche curve della mia vita, che di un uomo solo non ho paura.
Uomini organizzati, invece, hanno saputo spaventarmi molto di più della solitudine.

venerdì 21 novembre 2014

Lettera di un suicida


È una sorpresa. La vita è una continua sorpresa.
Mai avrei immaginato che l'ultima azione della mia esistenza sarebbe stata scrivere. Mai.
Avevo pensato a parole taglienti sussurrate in un alito di vita, oppure ad uno sforzo immane per sollevare il braccio e toccare il viso di lei un'ultima volta.
E invece sto scrivendo.
Scrivo perché per una volta nella mia vita voglio che qualcosa sia chiaro fino in fondo, limpido come le acque leggere di un rivolo di montagna. Ciò che sto per fare non sarebbe compreso. Verrei colpevolizzato anche qui, anche ora, anche dopo tutto ció, e non posso sopportarlo, non per questa decisione.
Ho pensato spesso, nel corso degli anni in cui mi è stato concesso di farlo, a questo momento. In fondo l'ho sempre saputo che sarei finito all'inferno, ma quando sei davanti alla porta dell'eternitá ogni cosa diventa fatidica, ogni cosa prende consistenza.
Anche adesso, mentre la mano scorre quasi automaticamente sul foglio, avrei voglia di una birra, o di una donna con cui dormire la notte, ma non me lo posso permettere.
Ho trascorso una vita intera da persona normale, sorridente nella felicità, disperato nella sventura, amichevole nelle amicizie e spietato nelle dissidie. Ho vissuto, in sostanza, da umano.
Ma il mio pensiero trascende la dimensione umana. O per lo meno ci prova, e per piccoli istanti mi pare di approdare con la mente a dimensioni altre, a pieghe della realtà più vicine a ció che mi sembra di essere veramente. Poi esse spariscono, ma tanto basta per infondere speranza.
Non sono infelice, no.
Sono semplicemente curioso.
Esistiamo per una ragione. Non sappiamo quale, ma io sono sicuro che c'è.
Però... peró sono terrorizzato. Atterrito.
Sconvolto dal fatto che questa certezza potrebbe non essere cosí certa.
Adesso ho 44 anni, un atleta dell'universo che ha deciso di far finire la sua gara personale un po' dopo la metà del percorso.
Ho una voglia matta di vedere se c'è un podio o meno.
Lo so, non mi comprendete. Non che mi aspettassi qualcosa di diverso, ma vi do il tempo per capire. Spero lo utilizzerete al meglio.
E poi mettiamo sul tavolo le alternative, anzi, l'alternativa: continuare a camminare, ciechi, in una valle di lacrime, domandandosi per l'interezza del proprio tempo il perchè di tutto ció.
Io non voglio arrivare alla endline. Voglio sparire prima, quando ho ancora la possibilità di decidere.
E voglio sapere. Potrei impazzire se solo rimanessi un giorno in più nell'incertezza cosmica, e chissà se poi sarei in grado di scrivere tutto ciò.
Quindi, amici, compagni e affetti, io vi saluto. Non sarei onesto se vi dicessi che non vi ho voluto bene, devo a voi più di quanto devo a me stesso, e per questo motivo spero che le mie parole servano a qualcosa.
Ho già la pistola carica. Mi spareró in bocca, in modo che il mio cadavere sia un po' più presentabile quando sarà esposto, anche se confido molto poco nelle imprese funebri odierne. Preferirei sparire nel nulla e basta, ma non sarebbe giusto nei vostri confronti, e dunque tumulatemi. Vorrei una piccola aiuola sulla tomba, da piccolo ne vidi una e ne rimasi impressionato, quasi segnato dalla vita che nasce sopra alla morte. Incredibili i pensieri dell'infanzia, eh?
Amo la vita, ma non c'è ragione di esistere senza un perchè, e dunque io faccio un salto dove il perchè posso trovarlo. Magari un giorno ci riincontreremo e scoprirete che l'aldilà e una calda spiagga a Bahia e che Dio è un vecchio ubriacone in preda al delirium tremens, e allora saremo tutti felici e rideremo sotto gli effetti di qualche cocktail angelico.
Fino ad allora, ragazzi, non disperate.
Sono andato solo a fare ciò che più desideravo.

                             Ciao.

BANG

giovedì 20 novembre 2014

Poesia nera

Alzatevi, dai. In piedi, muovete il vostro corpo. Boom, vibrazioni. Più forti, siete spaventati non è vero? Sentite ogni cellula del vostro corpo vibrare.
Dietro quegli occhiali nati a proteggere il vostro corpo nascondete una visione diversa della percezione del mondo.
Vi lasciate andare alla libertà dell'eccesso, una scomposizione di certezze, uno smistamento di anime casuali che crea un vortice di follia, che sconvolge l'equilibrio del mondo.
In quel movimento unanime di corpi che ciondolano al pesante sentore della musica si crea una pace che sembra fermare il tempo e lo spazio.
Leggiadri psiconauti che nella notte abbandonano le loro maschere per nuclearizzare la realtà di tutti i giorni.
Abbagliati da luci psichedeliche che assumono la forma di una culla, trasportando le persone con se, in un trip di polvere di stelle umana che cosparge ogni cosa trasudando felicità.
Il battito cardiaco si perde in un ritmo sfrenato, basso dopo basso ogni cosa diventa più chiara e non vorresti lasciare quel luogo mai.
Il giudizio umano si perde, nessuno guarda al di fuori di se stesso in un'armonia surreale.
Il futuro si fonde al presente, mentre il passato crea nuove figure a cui aggrapparsi. E per una volta si torna a pensare di poter cambiare il mondo.
Vuoi scoprire, essere di nuovo un pioniere del nuovo millennio, sperimentare come facevano gli idoli bruciati.
La musica come unica via di passione e virtù, linea guida intaccabile della vita. Non sappiamo dare risposte, ma in quei momenti ci sentiamo così vicini alla verità che non vorremmo uscirne mai, ritorniamo stimolati da suoni che non avevamo neanche mai immaginato.
Ogni cosa è giovane, viva, unica, perfetta. Il mondo risplende guidato da gladiatori della notte, cacciatori dell'alba, sfrenati infedeli che hanno donato l'anima al diavolo per rimanere il più possibile attaccati a quel limite.
E poi arriva quel momento, dove lo sguardo si spegne, il corpo si muove in automatico come a seguire uno spartito tatuato nella memoria dell'ignaro viaggiatore. E la ricerca si ferma, abbagliata da così tanta bellezza e per un segmento di notte niente assume più valore e il mondo si ferma a guardare estasiato ciò che quei corpi disegnano nel buio. Un rito di vita e amore che si infrange sulla melma della società, disgustandola in una appiccicosa invidia che apre quegli occhi cuciti dalla regole.

"Siamo solo frammenti. Ribellatevi, bestemmiate, sbagliate e perdetevi. Nulla è giusto e tutto è sbagliato. Non stagnate, scoprite cosa c'è aldilà di quello che vi avvolge, perché poi niente sarà più come prima e desidererete tutto. Rinasceremo ogni volta come fenice per poi bruciare in un'ultima grande esplosione. Non sappiamo definirci ma non puoi cambiare il corso di una cometa. Siamo bagliori dello spazio, frammenti di un insieme che possiamo solo scorgere nei meandri della follia. L'attesa non ha mai pagato i sensi. Esplodete."

martedì 11 novembre 2014

Non-sensism

Diffondo note nella testa. Non per una valida ragione, semplicemente perchè ho bisogno di una compagnia alternativa, che non necessita di falsi sorrisi e ipocrisie penose. Misantropo in una metropoli. La gente cammina veloce, testa bassa, mi attraversa come se fossi aria, e me ne compiaccio. Osservo, cammino e ascolto musica. Mi fermo ogni tanto al tabaccaio, compro un pacco di Marlboro rosse. Mi siedo in un parco e fumo, ma soltanto una sigaretta. Quando finisce mi alzo e butto il pacchetto. Non chiedetemi perché lo faccia.
Dopo qualche ora le mie gambe chiedono riposo, dunque torno a casa. Mi preparo un drink, spesso gin tonic, prendo una sedia e mi posiziono davanti alla grande finestra che dà su una piazza, grande, illuminata, caotica. Di solito mi basta mettere la mano in tasca per trovare ciò che cerco, altre volte devo rialzarmi dopo essermi accomodato. Li trovo sempre in quel cassetto, anche se non so mai come ci finiscano.
Trovo che i Bryant and May siano i migliori. Sono incappato poche volte in uno di quelli che non si accendesse. L'odore che si diffonde quando sfrego la capocchia risveglia vecchie sensazioni, forse legate alla mia adolescenza, quando le prime sigarette le accendevamo con i fiammiferi. Mi inebria, dissotterra l'adrenalina che quei momenti di ingenua malizia provocavano nelle nostre menti acerbe. 
Intanto il drink rimane sul banco, mentre cerco i fiammiferi e mi siedo davanti alla finestra spalancata. 
Ne estraggo uno, lo accendo. La fiamma sferza l'aria per qualche secondo, dopodiché si riduce ad un esile spirito incandescente. Prima che si spenga, lo lancio giù. Mi alzo, e lo guardo cadere. 
E poi si ripete. Ancora. E ancora. E ancora.
Ho cercato, e credetemi, ci ho provato in ogni modo, a bloccare l'impulso che muove la mia mano. Più volte.
Non ce l'ho mai fatta, e ora mi sono rassegnato. Lascio semplicemente che accada, senza interrogarmi dei perché. So di per certo che farlo mi rilassa, mi rilassa immensamente.
Sono arrivato anche a pensare che se non lo facessi potrei impazzire. E voi sapete cosa significherebbe?
Io sicuramente no.
Dopo un'ora circa, mai calcolata guardando l'orologio, smetto. Metto il pacchetto in tasca (credo di metterlo in tasca, spesso lo ritrovo nel cassetto) e vado in camera da letto, per prepararmi a dormire.
Il drink rimane lì, lo butto sempre il giorno dopo. Mai toccato, in verità sono astemio.
A letto leggo qualche riga, di solito testi sacri. Non credo, ma trovo interessante la trascendenza di alcuni oggetti terrestri.
Poco prima di addormentarmi la mia mente produce domande e risposte, quesiti e nozioni in continuazione, senza che io possa fare qualcosa per controllarla.
Un silente dibattito sulle questioni ineffabili, che si conclude sempre con la stessa, fatidica, enorme domanda:
Ha senso tutto ciò?
Penso di aver sviluppato una teoria a riguardo.
Siamo tutti scrittori, e ogni giorno aggiungiamo una pagina al libro della nostra vita. Ogni tanto capita però che si debba scrivere un paragrafo scomodo, di quelli che non rispettano le tavole di concordanza, il rigido canone della logica, l'ingannabile realtà di ciò che si vede. Allora ci spendiamo in ricerche sfrenate di un appiglio reale, che possa essere ricondotto a ciò che esiste e non a ciò che non esiste. Ma non ci riusciamo mai.
E sotto i colpi pesanti dell'irraggiungibile la nostra mente cede, portandoci al delirio.
Ho paura di impazzire, una paura incredibile, oggi più di ieri, domani più di oggi.
E dunque vivo così, senza un senso che guidi la mia vita.

lunedì 3 novembre 2014

L.O.V..E: libertà, odio, vendetta, eternità


Introduzione:Contro tutto questo voi non dovete fare altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticate subito i grandi successi e continuate imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare." 

Pier Paolo Pasolini



Attimi infiniti, lievi come sospiri. Profumo di vita, spasmi di follia.
Il dolore che scivola pompato dal sangue nella vene, il cuore che quasi sembra spingerlo fuori, verso mete lontane.
Impulsi sessuali, impercettibili sguardi..emozioni antiche. Pace interiore, immaginazione sperimentale. Forme soavi, lontane dalla desolazione della quotidianità, merito di una bellezza sconfinata.
Palle di ghiaccio che refrigerano il mio pensiero, raggelando i meccanismi base del mio cervello, quasi a ibernare il mio io, a veicolarlo su quel pensiero fisso.
E così come ogni giorno, non farò altro che aggrapparmi a quella visione, cercando di afferrarla nella speranza di un conforto da quella bellezza. Insensata. Ingiusta fino al midollo.
Nell'ombra a galleggiare ricomponendo il ricordo, le forme, i dettagli, nell'ossessione dell'ignoto, propulsore inesauribile di desiderio.
Cos'è l'amore se non un'opera da scorgere dalle fessure del tempo..
La bellezza è un dono, il piacere è il veicolo per venerarla.
Nel mio edonismo ti posso solo ammirare come un bambino che osserva per la prima volta l'ampiezza dello spazio; in un silenzio che solo la scoperta può far nascere.
La boccata d'aria che il corpo di un uomo prende dopo aver visto qualcosa di bello è l'unico metro di paragone degno..gli occhi che scorgono altri occhi in un contrasto di verità, scatenano esplosioni che cancellano tutto, acquietando l'essere umano ad una singola linea guida. La linea del desiderio, dell'ammirazione, della poesia..
Non ci sono parole per descrivere un momento tale, c'è solo la poesia della natura, espressa nelle sue svariate forme. Un salice piangente, un ciliegio in fiore, una foresta rigogliosa, un atollo incontaminato, una ninfea di Monet, una stella cadente, una lacrima di rugiada..
AGDGADU
"Alla gloria del grande architetto dell'universo, che ha potuto creare te unico diamante da scorgere nella realtà"




giovedì 30 ottobre 2014

Follia/Felicità

E' difficile descrivere una sensazione a chi non ha l'universo per comprenderlo.
Un eterno virus in cerca di collocazione, ci sviluppiamo in una frenetica evoluzione priva di significato.
Ci abbracciamo a solide fondamenta per ondeggiare all'infinito privi della possibilità di aprire gli occhi.
Generazioni su generazioni nasciamo per crescere nella speranza e invecchiare nella depressione, colmi di insofferenza per aver visto così tante esplosioni ma non averle mai neanche sfiorate con mano.
Cervelli indisposti al continuo stop and go, umani dipendenti dalla cocaina per non dormire, umani dipendenti dalla vita perché privi di ogni cosa, entrambi sognatori.
Cerchiamo a lungo la via, impariamo, ci informiamo, perdiamo via via tempo su tempo nell'attesa. Impariamo canzoni, guardiamo film, ascoltiamo talk, tele giornali, ci informiamo di gossip e ci facciamo belli. E no non pensiamo a noi stessi, quello no, perché dovremmo quando puoi fare soldi, vedere una partita, vedere gente come te che si macella, gente come te che vive come vorresti vivere te ma che tu puoi solo immaginare con la desolazione dell'immobilità.
Ogni giorno le persone affrontano il mattino perché devono continuare un disegno che non è mai stato loro perché sono nati dall'unione di qualcun'altro che li plasmerà per sempre bloccando la sua vera essenza.
E solo grazie ad un accurato viaggio stracolmo di casualità potrà eventualmente uscire.
Perché? Perché dovremmo strillare ogni giorno! E invece no ascoltiamo la musica. La verità venuta come un linguaggio alieno a darci stabilità e energia. Qualcosa di inspiegabile che vibra sui sentimenti sventagliandoceli davanti come fibre perfette di pura bellezza. Qualcosa di così chiaro e oscuro allo stesso tempo da mozzare il fiato più di qualunque altra cosa al mondo. Esplosioni di amore e paura che si avvolgono in un vortice di candide nuvole. Inspiegabili soluzioni delle eterne domande vicine e paurose. Un mondo fuori dalla realtà, un mondo felice, senza regole, senza limiti, dove l'anarchia funziona in un mistico equilibrio fuori dagli schemi classici della concezione.
Con le parole ci vorrebbero miliardi di giorni e droghe neanche concepibili per spiegarlo in poche righe comprensibili per poche e fini menti coloro che insomma aveva passato il nostro test precedente che per te acuto lettore privo di pause non dovrebbe essere un problema aver rimembrato se la tua attenzione non si è persa nelle mie parole che seguono l'inesorabile tempo fuori dal tempo della musica.
Purtroppo questo sogno plastico di felicità rimarrà sempre un mosaico non ricomponibile e invisibile.
E noi persi nelle nostre domande e nelle nostre vite dipinte da indistruttibili poteri forti rimarremo con i nostri diffusori di verità a compiangere questi irraggiungibili sogni.
Ultimamente ho ripreso la speranza, la speranza che le cose un giorno migliorino per tutti e che tutti potremmo osservare insieme quell'arcobaleno di splendore che è il nostro insieme. Non voglio essere positivo a oltranza voglio solo che una volta per tutte l'anima delle feste e dei nostri momenti più irricordabili e incomprensibili della nostra vita non restino ricordi da lanciare nelle poche cene alcoliche della vita adulta, ma diventino un quadro da studiare e da cui prendere ispirazione per rispecchiare tutte quelle idee che quella gioventù che cercava di scappare dalla paura tirava fuori da quei momenti. Discorsi su come cambiare il mondo e su come le cose nonostante fossero una merda potevano volgere in maniera positiva. Perché le soluzioni c'erano e ci sono tutte ma i nostri maledetti limiti della società ci imponevano di non poterli raggiungere.
E invece no perché noi nei nostri mondi alternativi di musica, serate, feste, amore, amicizia, speranze, sogni, ricordi, risate e perché no droghe, le soluzioni le avevamo sempre tutte. Perché quei momenti che vuoi sempre ricordare sono i momenti in cui sei felice. Dove anche noi eterni insoddisfatti siamo felici.
Ricordare per cambiare.

sabato 25 ottobre 2014

La mia finestra segreta sul mio giardino segreto.

"Una donna che ti ruba l'amore quando l'amore è l'unica cosa che possiedi non è di certo una gran donna, quindi Tom Downy decise di ucciderla".
Inizia così "Finestra segreta, giardino segreto" di Stephen King, e inizia allo stesso modo il mio racconto. Inizia allo stesso modo perchè anche io, oggi, voglio provare a descrivervi quanto sia bella quella finestrella rotonda, nascosta dal mobile di mogano impolverato da anni di mancata pulizia, che dà su un magnifico giardino segreto, nel quale mi rifugio ogniqualvolta la mia mente senta il bisogno di uccidere.
E' in questi momenti di massimo bisogno che tiro fuori il laptop, il foglio o il telefono e inizio a scrivere. 
Vi sarete di certo chiesti il perché di questa mia tendenza al lugubre, all'oscuro, al nero, ne son certo. Un po' è la mia essenza, da piccolo teschi e mostri ovunque ad arredare la stanza e ora sul comodino di notte solo Stephen King, un po' è anche la mia fragilità. 
Sono sicuro che ogni scrittore (inteso come colui che scrive qualcosa, qualsiasi cosa, anche il post su facebook o la frase su un tovagliolo di carta, e in questa accezione posso considerarmi tale) in fondo scriva perché ha la necessità di esternare qualcosa. C'è chi scrive con parole chiare e semplici, c'è chi maschera le emozioni con la struttura della lingua e del racconto, ma alla fine della fiera siamo tutti sul Grande Carrozzone dell'Infelicità, tutti a gridare, alcuni in silenzio, altri a gran voce i nostri problemi.
Ecco, io faccio parte di quella seconda parte di persone che si vergogna incredibilmente ad esternare una debolezza o un problema, ma che allo stesso tempo ha bisogno che la gente sappia, che la gente si accorga di lui, che la gente lo senta e, forse, un giorno lo compatisca. Senza mai alzare la voce, come un bambino timido che non riesce a inserirsi nel gruppo dei calciatori, tenendo un profilo basso, lascio che siano le immagini che creo per voi a parlare per me. 
Forse sono un codardo, o forse sono egocentrico, forse sono semplicemente umano ma oggi non me ne curo.
Perchè in realtà i nostri problemi sono il bacino di ispirazione da cui proviene ogni lettera battuta, il nostro impulso a trasformare i nostri problemi da astratti a concreti, da idee a parole su un foglio bianco che possa testimoniare i nostri mostri, quelli che stanno appollaiati sulle tue spalle e sulla tua testa, deformi e ingombranti, quelli che scacci ogni giorno e che tornano sempre, beffardi.
E' facile, è estremamente facile parlare di quanto sia bella l'amicizia, di quanto sia sballato il sabato sera o di quanto voglia avere successo.
Io scrivo perché ho necessità di scrivere, non per diletto. Il mio diletto è la vostra faccia divertita, attenta e impressionata dopo aver letto le mie parole. I vostri commenti, le vostre critiche. Tutto il resto è necessità.
Dunque perdonatemi se sono tenebroso, se ciò che scrivo è pesante pedante e noioso, perdonatemi davvero, ma è l'ispirazione che conta.
E' il nero che mi ispira, è la malattia, sono le guerre e le epidemie, sono i popoli sterminati, sono i serial killer e i tiranni che mettono in moto la mia ruota creativa, le chiavi che aprono la mia finestra segreta sul mio giardino segreto.
Ecco fatto. Narrati i perchè. Messo a nudo parte della gamba, adesso mi ritiro di fretta.
Ma Mort Rainey, protagonista dell'originale "Finestra segreta, giardino segreto" affermava che l'importante, tutto ciò che conta in realtà è solamente il finale. E io, che voglio essere come Mort Rainey, mi sono sforzato di trovare un finale degno. Niente spettacoli pirotecnici e nessun buffet a piè pagina.
Soltanto una confessione.
Scrivere è perpetrare. Scrivere è diffondere. Io creo e poi diffondo, perchè in me non esiste e dunque devo creare.
Quando sono dietro il mobile di mogano impolverato, con le braccia a reggere il mento e i gomiti che poggiano sullo stipite a forma curva della piccola finestrella rotonda, guardo il mio giardino segreto. 
E guardando e scrivendo e scrivendo e guardando, poco a poco, qualcosa viene fuori. Tra le sterpaglie nel giardino si nota un fiore. Forse un'orchidea, forse qualcos'altro, è bianco e diffonde un chiarore candido che stona, in mezzo al verde scuro e cupo del giardino. 
Ma dopo poco mi viene ordinato di chiudere la finestra, e dunque non vedo più quel bianco candido che mi infonde sicurezza.
E di nuovo si stende un velo nero sulla mia anima.


Scrivere è cercare una coscienza, se mai è esistita.



sabato 27 settembre 2014

Discorsi

'Puttana.'
Lei ride.
'Puttana.'
'Me l'hai già detto tesoro. Oggi sei particolarmente noioso, sai?'
Lui rimane in silenzio, occhi bassi.
'Teso, irascibile, nervoso.. Da quando è che non scopi, tesoro?'
'Ti odio.'
Lei ride ancora.
'Vorrei che non fossi mai venuto.'
'Sai benissimo che non ho colpe per questo. Forse per molto altro, forse mi sono divertita un po' troppo, ma no, no tesoro, non è colpa mia se sei qua. E lo sai'
Lui piange.
'Ma perchè?'
'Perchè? PERCHÈ? Forse ho sbagliato, sei ottuso, non sei nervoso tesoro. Non pensavo che mi avresti mai domandato il perchè. Pensavo fosse... Ovvio. Ma voi uomini siete cosí semplici, così bidimensionali.. É l'unico corso possibile della storia, è la natura delle persone, è la forza del caso, è la destinazione ultima di ogni felicità. Sono tutti perchè. Ma ti pensavo più brillante, tesoro. Dov'è finita la tua superbia? La tua arroganza? La tua rinomata intelligenza? Ah, lo so! Ah, se lo so.. Ho tutto io, vero?'
'Mi hai privato di ogni cosa...'
'Puttana forse, ma non ladro. Ció che hai perso l'hai perso tu, me l'hai donato con la malizia, con la cattiveria, con l'egoismo.. Io ti ho solo fornito il mezzo, tesoro.'
'Avrei voluto scegliere.. Avrei voluto sapere..'
Sapere viene intensificato dalla sua voce strozzata, muore in gola ma rimane l'idea.
'Tutti vogliono sapere, nessuno lo sa mai peró. Finisce sempre alla stessa maniera, ma solo perchè voi siete convinti di essere onnipotenti.. Ma non siete nulla tesoro, non siete parte di un disegno, non siete eletti, non siete veri.. Siete solamente delle figure, ma non voglio essere io a dirtelo, tesoro, credo tu mi voglia già abbastanza morta.'
Lei ride, ride, ride, una risata cristallina e profonda.
'Morta.. Ma ci pensi? Che paradosso che sarebbe.'
'Io.. io.. io volevo solo essere felice.'
'Ma tu non puoi essere felice. E ora l'hai capito. E come è ovvio che sia, come capita sempre, riversate le vostre frustrazioni su di me. Siete divertenti, un po' noiosi, ma divertenti.'
'Voglio morire.'
Lei si gira, il viso contratto in una maschera di rabbia, gli occhi di ghiaccio fissi sui capelli radi di lui.
'Il volere è lecito. Lo capisco, nonostante tu mi consideri così male, e se io fossi qualcun'altro cercherei una pistola da appoggiarti alla tempia. Ma dato che io sono io e la mia natura è immutata, i tuoi voleri sono irrealizzabili. Forse da un'altra parte, forse con qualcun'altro, ma non con me, tesoro. Io sono qua, nell'espressione piú alta della vitalità, e tu non puoi volere la morte, non ora. Sei condannato, condannato per l'intera tua esistenza alla sofferenza, e non sai quanto questo mi renda euforica. Mi nutro dei tuoi insuccessi, rido con le tue paure, gioco con le tue emozioni. Sei un oggetto nelle mie mani, tesoro.. E OGGI NON MORIRAI, OGGI VIVRAI PIÚ CHE MAI!'
Lui piange ancora, singhiozzando, il muco gli cola dal naso, le lacrime ingrigiscono ancor di più l'asfalto sotto i suoi piedi. Si gira, si muove verso l'uscita.
'Ci rivedremo, tesoro?'
Lui non si gira.
'Puttana.'
Lei ride.
'Lo so. Chi non lo sa? É scritto ovunque, tutti lo pensano, molti lo dicono..
La Vita è una puttana tesoro, cosa puoi farci?'

Lei ride.

giovedì 25 settembre 2014

Sperimentando atto |

Apri gli occhi e assapora il nettare dello sballo. Attraversa i colori dell'illusione e precipita nell'inferno dell'inconscio. Scivola nei meandri del tuo cervello scansando ricordi e follia e prova a capire a quale mostro appartieni. 
Affronta i tuoi incubi con il sorriso di chi ha deciso di volare.
Velocità smodata! E che almeno sia ironico.
Eterni secondi in un mondo di malsani primi che amano perdere il vero per primeggiare nel falso. Scomodi intralci simpatici contorni di ciò che solo occhi lontani dal pragmatismo possono cogliere.
Restiamo in pochi a saper sperimentare ciò che il mistero ci ha fornito, viaggiando alla ricerca del burrone per scorgere i colori del buio sempre alla ricerca dell'unicità eterni e immutati come angeli dissacrati morti nella contemplazione della bontà delle loro menti e consci dell'amore di chi non aveva avuto il coraggio di vivere come loro.

Sregolatezza

Sconvolgiamo. 
Si signori e signore stasera si parte, shh dai mettiamo un po' di pepe cazzo, voglio vedervi sudare, voglio vedervi cedere. Dovete scoppiare dalla passione, urlare dal piacere e dal sapore della libertà, come un fuoco che divampa e cancella tutto, un'esplosione definitiva una metafora che come un fulmine incendia gli spiriti. 
E adesso metti il sound cazzo, riempi i bicchieri e andate tutti a farvi fottere, voi e la vostra retorica del cazzo, le vostre regole inutili e le vostre stronzate sulla blasfemia. Noi siamo i poeti della realtà distorta, quella che tutti desideriamo perché proibita. Noi siamo la parte oscura quella che abbraccerai per divampare un'ultima volta e scomparire.

Perso per archangel

Sono disorientiamo, perso nel mio universo di paure. 
Sconvolto dalla mia anima. Perso nella tua bellezza. Il prescelto deve cedere, deve lasciarsi andare, deve sciogliersi
Non per il tempo, non per la morte, non per la vita, ma per la carne, materia perfetta e sacra. 
Cadere per gli sguardi, sconvolgere i pensieri per te, per la tua follia che sembra colmare la mia. 
Vorrei saper amare, saperti conquistare. 
Non dirmi che sarò solo, non dirmi che scomparirai, dimmi che vorrai almeno per un momento assaporare le mie labbra per poi evaporare come un sogno di mezza estate.

sabato 20 settembre 2014

Comincia il Nirvana

C'era un tempo dove il flusso di coscienza era detto svarionare
un momento privo di stop e di regole l'anarchia della scrittura la libertà di giovani menti pronte a scaraventarsi contro il mondo una ribellione di denaro e solitudine
omosessuali e artisti pronti a scindere se stessi dalla loro società

E poi ci sono io.

Sono su questo divano da ore ormai, forse giorni. Sento respirare queste due ragazze di fianco a me. La loro pelle è vellutata, profuma di chi non è in grado di ristagnare, il sapore delle loro labbra mi ricorda falsi miti e decadenza. Vorrei rimare qui per sempre a osservare il soffitto che prende le forme più svariate. Se tutto il mondo fosse una poesia io probabilmente sarei la carta.
Quando ho deciso di venire a questa festa non avevo calcolato che l'alcool ultimamente non mi risolleva più come una volta, il mio fisico cede, la mia mente diventa offuscata più veloce di Bolt quando brucia il traguardo.
Resto ore e ore a riflettere sull'amore, sulle persone o su quanto cavolo si vesta male la gente. Non è che non ho una vita difficile o le preoccupazioni degli altri non mi tocchino e che sento un bisogno viscerale di essere stronzo. Un po' per vanità e un po' perché sono una persona squallida.
Ma tornando a noi queste due puttane di poco conto non si levano. Questo divano cazzo è scomodo per 3 persone, io non capisco perché dopo che mi sono drogato e ubriacato abbiamo scopato e ci siamo divertiti loro debbano rimanere qui. Rendono il mio viaggio il mio unico motivo per cui sono li privo di libertà.
Ma che cazzo credono davvero che succederà qualcosa? Che forse per un qualche motivo tornerò ? Lascerò loro la mia amicizia ? Il mio numero ? I miei sentimenti? No perché la mia voglia di essere simpatico e aperto nei loro confronti e pari alla voglia di un bradipo di attraversare un autostrada stracolma di tir che sfrecciano verso destinazioni misteriose.
Affrontare la strada, l'iPhone che squilla, il fatto che porca troia ho sfasciato di nuovo le Golden Goose e che ho i capelli che mi ricoprono il viso a tal punto che posso sentire quanti chiusini racchiudono e quanto quell'odore impregnante non sia cancellabile neanche dopo 3 shampi.
Mi alzo privo di sentimento e butto lo squallore lontano da me. Presa la bottiglia champagne avanzata mi avvio a passo più che stentato verso l'uscita. Presa coscienza del fatto che la mia macchina non è sotto la casa decido che forse è meglio andare a osservare l'acqua. Così con un cappello invernale a coprire l'obrobrio che ho in testa mi avvio verso il fiume.
Mentre boccheggio oppio nella pipa guardo l'acqua, un tuffo e via. Potrei affondare conoscendo la verità che scaccio con la realtà. Potrei affondare per giorni e giorni. Scomparire dai fantasmi di me stesso. Trucidare la mia anima fino in fondo per vedere se davvero c'è qualcosa o se sono solo uno scomodo contorno.
Angeli o demoni voglio il Nirvana.

Dopo le attente riflessioni sono tornato verso casa e ho deciso che la smetterò. La smetterò di fingere che della vita e delle cose mi interessi qualcosa. Io mi autodistruggo alla ricerca della felicità perché amo i paradossi, perché sono vanitoso, perché sono egocentrico, perché sono al centro del mio mondo, perché l'amore è l'unico colore che non riesco a scorgere.

L'utopia della mia botta regala sensazioni che la scrittura non può trasmettere e a te lettore incolume regalo le mie parole nella speranza che un giorno anche tu voglia sognare la realtà.

Libertà fritta in vendita.

New Age per tutti.
Fuck.
You.
Bitch.
With.
Love.

giovedì 4 settembre 2014

Sala d'attesa

Chi vuole essere immortale?
Malediciamo secondo dopo secondo il nostro essere fallibili, caducei, mortali, odiamo gli dei che creiamo perchè ci privano dei nostri riflessi, scriviamo fiumi e fiumi di parole sulla nostra morte e ci lamentiamo di quanto poco possa essere duratura e soddisfacente la nostra esistenza, eppure nessuno si rende conto di quanto misera sarebbe la vita eterna.
Quante volte siete annoiati? Quante volte vorreste essere da un'altra parte, con altre persone e con qualcosa da fare?
Quante volte cantilenate i vostri lamenti, le vostre insicurezze, le vostre sofferenze?
Se un dio esiste, non ha donato la vita. Ha donato la morte. Unica liberazione da tutti i mostri che affollano i più reconditi spazi delle nostre menti impotenti.
La felicità, la vita, il successo, sono tutte lampadine tenute in vita da un sottile filo di tungsteno. Il filo brillerà, magari per qualche secondo, magari per qualche decennio, ma arriverá il momento in cui anch'esso si brucierà, si consumerà, si spezzerà, esattamente come si spezza il filo della felicità umana. Non è nient'altro che un ciclo, un cerchio, in cui nulla inizia e nulla finisce, ma tutto diventa. Il vostro rancore diverrá affetto, il vostro affetto tornerà ad essere odio, il vostro successo si trasformerà nel vostro fallimento, la vostra esistenza diverrà sofferenza.
E rifugiatevi pure nell'alcohol, nella coca, nel cibo o nel sesso, ricercate pure vane distrazioni per la mente stanca, tentate pure di affidarvi a qualcosa altro da voi nella speranza di essere curati. Capirete infine che gli antidolorifici, questi antidolorifici, sono solo dei fottuti specchi per le allodole. Lo capirete, come capirete di aver vissuto una relazione ipocrita con il vostro dio, e allora lo pregherete come non mai, sperando che non sia un tipo rancoroso.
Ma alla fine dei giochi saremo tutti sulla stessa barca, seduti sulla poltrona, davanti ad un fuoco scoppiettante ad attenderla, con la stessa trepidazione con cui si aspettavano i week end da ragazzo.
Arriverà, presto, tardi, in orario o addirittura il giorno dopo, ma arriverà.
E quando arriverà gli direte in totale onestà che vi siete stupiti di vederla solo ora, ma che comunque siete contenti che sia li. Tenderà la mano, la prenderete tra le vostre, notando il tocco gelido delle sue dita, e con un sorriso beato sul volto le sussurrerete

Finalmente..

martedì 12 agosto 2014

After midnight, for freak and humans

Spensierato cammini, attraversi quella lingua di cemento con passo leggero e spedito, il sorriso stampato in faccia, gli occhi sognanti rivolti al cielo e alle stelle, il pensiero andante e volatile che varia ogni secondo e ti rasserena.
Distratto dall'alcool e ammorbidito dall'erba vaghi per le tue strade silenti, con poca cura per lo scricchiolio delle assi di compensato del tetto sopra la tua testa; il rumore della tua mente copre qualsiasi cosa.
Sorridendo, sorridendo sempre, umetti le labbra carnose con la lingua umida e lunga, assaporando l'aria fredda sul muscolo nudo.
Percepisci l'odore di sudore, di sesso, di passione che trasuda dai quartieri della città che calchi; sapere che qualcuno di vivo c'è ti inebria, ti agita, i tuoi occhi si muovono felini da parte a parte, i tuoi muscoli scattano come molle ad ogni passo che percorri.
Vieni distratto. Un urlo. Una donna, forse. Alzi la testa, stabilizzi gli occhi, ruoti il corpo in direzione del suono. Ti blocchi.
Sorridi. Le tue labbra tendono all'esterno, la tua sete tende i muscoli del collo e della faccia.
Il tuo viso è una composizione innaturale, la tua bocca piegata in un sorriso che tradisce immancabilmente l'espressione cruda, tagliente, efferata dei tuoi occhi.
Stringi con più forza il manico, e ti dirigi con passo lento e barcollante per il viale alberato che ha partorito il grido di paura.
Senti passi pesanti in lontananza che via a via si avvicinano, aumenti la frequenza della camminata, il tuo corpo assume pose più eleganti, piú forti, più assassine mano a mano che ti avvicini al corpo caldo e ancora pieno di vita.
Hai solo più il tempo di indossare la tua faccia, la tua vera faccia, quella con cui ti senti di appartenere al mondo. La faccia che ti ha reso qualcuno per la prima volta nella tua miserabile vita. La faccia di 5 persone, forse sei.
Scorgi la donna, è seminuda e corre scomposta sulla strada, gridando e turbinando le braccia nel tentativo di scacciare qualcosa che non c'è.
Osservi il machete, l'unica cosa esistente di cui ti fidi.
Ti specchi sul dorso della lama, letale e scintillante. La maschera indosso ti rende sublime, ti senti talmente a tuo agio che ti presenteresti in banca con la maschera, al commissariato o in municipio con la maschera, da tua moglie o dai tuoi figli morti con la maschera, perchè la maschera sei tu e nient'altro che tu e solo tu.
La figura femminile ti scorge e in un attimo cambia direzione, gemendo frasi di non chiara articolazione.
Arrivata a pochi metri da te si getta per terra, esausta, china la testa, congiunge le mani in una sorta di simbolo di preghiera e scoppia a piangere, un pianto assoluto e imperante, prova della vera paura.
Sotto la maschera che puzza di formaldeide senti la fronte imperlata dal sudore, la bocca sempre più tirata, i denti che digrignano e sbattono e mordono l'aria silenziosamente.
Nella mano sinistra stringi il machete con tanta forza da farti sbiancare le nocche, mentre con l'altra accarezzi il filo della lama, un movimento lento e sensuale, il coltello come parte stessa del tuo corpo, estensione del tuo volere e del tuo scopo.
Inclini la testa, come quel film che hai visto dove lo psicopatico prima di colpire inclina la testa, e ridi sguaiatamente, come tutti i bambini della tua scuola quando passavi per il cortile, solo e deforme.
La donna alza la testa e prima che possa emettere un gemito le trapassi l'occhio, infilando il machete nel bulbo oculare della donna finchè la punta della lama non scalfisce la calotta cranica. Solo allora estrai la lama. Osservi il corpo privo di vita rovinare al suolo, e ancora una volta quel vuoto che non sai spiegare ti assale. Pervade il tuo stomaco e la tua gola, uccidendo la tua serenitá, fomentando la tua furia cieca.
Infili la mano a memoria nella tasca interna della tua giacca e tiri fuori la fiaschetta. I tuoi cicchetti sono i più forti, ma son sempre solo i tuoi. Sei sempre solo.
Rovesci con ancor più rabbia il contenuto della fiasca sulla donna e poi ti siedi, sopra la sua spina dorsale.
Osservi il corpo senza vita ma non ti trasmette piú nulla, se non il vuoto opprimente; volti affranto la testa, come un anziano ormai prossimo alla dipartita, e chini la testa, stanco.
Dopotutto è finita, e sai che fra poco potrai riposare per sempre.
Prendi la scatola dei fiammiferi che hai sempre portato con te, come se fossi stato consapevole di questo momento da sempre, e ne estrai un fiammifero. La capocchia zolfata rosa scintilla alla luce del lampione.
Con un colpo rapido lo accendi, e lo osservi.
Passano minuti, ore, anni, secoli, e rimani ad osservare il fiammifero che brucia, mentre siedi su un cadavere, indossando una maschera di pelle umana, nella mano mancina un machete, nella destra il peso di decine di omicidi.
Lasci il fiammifero cadere sull'alcool etilico che bagna gran parte del corpo della donna, mentre in testa un'orchestra di zampogne e violini ti fa viaggiare nella serenità, mentre alte lingue di fuoco lambiscono la tua pelle che si stringe e si strappa e si tira, in un'esplosione di dolore che neanche te puoi sopportare.
E mentre la pelle si strappa dal tuo viso e diffonde nell'aria un puzzo dolciastro di carne bruciata, pieghi le labbra in un ultimo sorriso, conscio del fatto che la tua memoria sará una maschera putrefatta e un vecchio machete.
Maschera putrefatta e vecchio machete.
Maschera putrefatta e vecchio machete.
E nient'altro.
Ti penti, ti penti e piangi, ma ai mostri non sono concesse lacrime, che bruciano come seta nel fuoco.
Altri hanno lacrimato sangue per te, lo sai, e la tua punizione è ora piangere un pianto bruciato, secco, senza lacrime.
Non ti rimane più nulla, neanche la disperazione.
Solo maschera putrefatta e vecchio machete.

giovedì 26 giugno 2014

Im usually happy, but..

Oppresso dalle aspettative. Bloccato dall'insicurezza.
Non riesco a muovere un passo, nonostante le mie gambe macinino chilometri su chilometri continuamente. Sento svanire il contatto con le persone, perdo l'orizzonte degli affetti, il mio antro è sempre più buio e personale. Recito ogni giorno della mia vita un copione imposto, tentando di compiacere i più nell'illusione di un ologramma di me stesso, progettato ad hoc per ingannare. Ma ingannare chi? Me lo chiedo sempre, e tuttavia non riesco a rispondermi.
Il costante ricambio di bene e male: il primo sembra dominare incontrastato, sembra regolare le nostre esistenze, mentre il secondo agisce da dietro le quinte, un abile stratega che colpisce e si nasconde nella mente umana, ove ha trovato il suo rifugio perfetto.
Non vorrei essere umano. Non vorrei essere. Spesso mi convinco che sia il nostro stesso pensiero ad essere il male, mentre tutto il resto sono solo correzioni di tiro che decidiamo per convenzione di chiamare bene.
Il sottile velo delle illusioni copre dolcemente tutto, sprigiona nell'aria un forte odore di dolciumi e sesso e fiori e natura e umanità, necessario a coprire il puzzo di morte e decomposizione che ci passa perennemente sotto al naso.
Perchè è ciò di cui ci nutriamo e ciò di cui viviamo, l'inganno.
E non è nient'altro che una stupida, conveniente illusione, il vostro bene.
Comunque io sono esattamente come voi, profumatamente subdolo ed elegantemente meschino, il frutto della malattia del mondo.
Solo che...

Io lo so. E voi?

martedì 24 giugno 2014

Fratelli d'Italia

Un po' v'invidio, lo sapete?

Invidio voi, che sentite di APPARTENERE, quando a me sembra di essere da solo sopra un ammasso di roccia e strade che voi chiamate 'nazione';
Invidio voi, che sprecate ancora tempo e voglia nel nome della patria, della nostra grande, eterna patria;
Invidio voi che nonostante tutto e tutti pensate che sia doveroso interessarsi, anche se Italia è la prima a dimenticarsi di noi;
Invidio voi che spendete ancora parole nelle ideologie, nei confronti e nelle utopie, quando l'unica astrattezza che possiamo permetterci di contemplare è la morte;
Invidio voi, fedeli, perchè voi avete un obbiettivo alla fine della strada. E se anche Dio vi deluderà tutti, almeno voi avrete conosciuto uno scopo;
Invidio voi, che grazie a non so quale potere riuscite ad affogare i problemi nel calcio e poi vi ubriacate, nella vittoria per festeggiare e nella sconfitta per consolarsi;
Invidio voi che riuscite a trovare nello straniero la causa di tutti i vostri problemi, perchè avete una mente davvero semplice da accontentare;
Invidio voi funzionari, impiegati, bancari, consulenti, imprenditori, politici, senatori, ministri, capi del consiglio, presidenti della repubblica, mangiafuochi delle nostre anime che giocate alla zara con le nostre vite, e nonostante questo riuscite ancora a dormire di notte.
Invidio voi, tutti voi, perchè riuscite a vivere tutto questo senza provare disgusto per voi stessi.

Un po' v'invidio, fratelli e figli d'Italia.
Siate pronti alla morte, Italia chiamerà.
Un esercito di già-morti.

lunedì 16 giugno 2014

Evil Gang Bang (chuck thats for you)

Maschero il disgusto con l'indifferenza, mentre cammino all'interno della casa. Mi trovo nel garage, dove le piastrelle del pavimento si sono ricoperte da una strana sostanza nera appiccicosa che àncora ad ogni passo la scarpa al terreno. A destra, seduti sul tavolo da ping pong ormai smontato, due individui intrecciano i loro corpi nudi senza pudore, gridando e gemendo come se fossero solo loro due sulla terra. La ragazza apre gli occhi e mi guarda. Mi sorride. Uno sguardo triste, estremamente triste sopra alla spalla del ragazzo che la sta violando. Mi guarda, e richiude gli occhi, ricominciando ad ansimare lentamente. A sinistra, un'obesa rantola accasciata al muro, in mano una bottiglia di whisky mezza piena, i capelli biondi e mossi che le cadono impazziti sulla faccia, e quegli occhi enormi, blu, sono fissi. Sbarrati, aperti, guardano il vuoto, mentre la ragazza ride, ride, e ride ancora, una risata nevrotica, malata, che non riesco a sopportare. Mi giro verso la porta, mentre l'obesa alza un braccio a fatica e mi indica. La abbandono ai suoi deliri, sperando che al ritorno quegli occhi siano vitrei. Oltrepasso la stanza, entro nella casa vera e propria. L'arredamento è sobrio ed elegante, il grigio regna su tutto e il largo utilizzo di metallo dá alla stanza un'aria moderna.
Sulla sinistra un piano bar vuoto, con nulla sullo scaffale e negli scomparti per l'alcool se non una piccola tabacchiera rossa, senza tabacco.
Davanti al piano bar un divano, bianco, e sopra 4 persone di cui non distinguo i confini. Arte organica, penso, mentre una bambina in estasi mi passa sotto gli occhi, danzando e ballando nonostante lo schifo ci circondi. Le quattro persone si muovono contemporaneamente, in armonia, le facce deformate dallo sforzo e dal piacere. Il rumore del divano è assordante, e credo che potrei impazzire a guardare quel movimento ondoso, lento, caldo, potrebbe farmi diventare così. Allora continuo a muovermi, oltrepasso il divano e noto una televisione LCD 48" SuperAMOled appesa al muro, solo un fermoimmagine nello schermo. Una bambina senza volto, la scritta 'kids' ovunque, il sangue che cola sullo sfondo del set. Kids. Kids. Kids. Kids. Kids.
Kids.
Dietro il televisore un tavolo enorme, pianta quadrata, numerosi vassoi disposti su di esso. Su ogni vassoio un cartellino. Mi avvicino all'angolo in basso a destra del tavolo. Leggo il pezzo di carta. Ketamina. Sposto lo sguardo. Metanfetamine. Ecstasy. MDMA. Cocaina. Fogli di LSD. Al fondo del tavolo una figura incappucciata mi osserva, spostando lo sguardo ogni mio movimento.
"Assssssaggia, sssssono tutte cucinate da mmme, assssaggggia...".
Mentre la figura incappucciata continua a ripetere la frase, mi blocco e ascolto. Tendo l'orecchio, e subito colgo il cigolio pesante del divano. Poi al suono acuto del divano si aggiungono i medi dei respiri affannosi delle persone su di esso. Il coro disperde una melodia terrificante, a cui si uniscono le sss allungate della figura incappucciata. Mi accorgo che il suono sembra essere vivo, sembra che stia avvolgendo tutta la stanza, lo sento pesare sulla pelle e sulla testa, mi blocca le gambe e mi spalanca l'occhio.
Tremo, la pupilla mi balla e non riesco a muovermi di un millimetro. Le quattro persone, che prima erano sul tavolo, le ritrovo improvvisamente e incredibilmente davanti a me, di fianco alla figura incappucciata. Mi osservano, nudi, con punti di sutura che richiudono le ferite che solcano i corpi delle figure, la testa inclinata e gli occhi vitrei e inespressivi. 
Sento gli occhi perdere la dimensione spaziale, non riconosco le profondità, ad un tratto mi sembra di star guardando una foto, una fotografia i cui colori lentamente si stavano mescolando, risucchiati da un vortice al centro dell'immagine, che lentamente spiraleggiava e faceva dilagare il nero.
Sento risalire dallo stomaco una sensazione struggente, che mi avvilisce e mi stacca dalla dimensione del reale.
Poco a poco la mia anima viene strappata dal mio cuore, la sento scivolare via e abbandonarmi.
La testa mi cade sul collo, e guardo la mano strapparmi il cuore dalla cassa toracica, spaccando ossa, tendini e muscoli. Subito dopo cado per terra, senza più vita.
Degli attimi seguenti ricordo poco... Solo un ago, e tanto, tanto spago.

Mentre cammino nel garage di quella casa mi chiedo se non sono entrato in un manicomio. Da una parte persone che senza ritegno si accoppiano, dall'altra ragazzine obese strafatte di qualsiasi cosa... Dove-sono-finito?
Apro la porta, e oltre ad un piccolo piano bar, noto con disgusto che delle persone sono ammucchiate sul divano, prodigandosi in contorsioni impossibili.
Mi sposto e noto che sono tutti nudi, mentre dai rumori che emette il divano sembra sul punto di spaccarsi.

Decido che questo è davvero un posto malato, mentre conto le persone sul divano, realizzando con stupore che sono... cinque.

giovedì 5 giugno 2014

Io

Shhh
Silenzio. 
Piano, leggi piano, cos'è hai fretta ? 
Domani è l'ultimo giorno di scuola, non puoi avere fretta. 
O meglio è stanotte. 
È buio non puoi vedere. Ma puoi sentire. Puoi sentire bene. Vorresti urlare ma non puoi, non puoi perché hai paura, hai paura che questo mondo di merda crolli e ti porti via con se nella sua cascata di odio. 
Hai paura che i tuoi sogni non si realizzeranno mai, hai paura che quell'energia quell'intelligenza e quella bellezza non li vedrà mai nessuno. 
Hai paura di rimanere solo. Hai il terrore che succeda qualcosa. Sei atrofizzato dalla società e da te stesso, solo tra le tue droghe e le tue bugie. 
Vorresti stoppare il tuo cuore per sapere che anche solo una lacrima sarà sincera. A volte vorrei che la vita fosse un fiume per lasciarmi trasportare dalla corrente inerme da ogni cosa. Ma la vita è una cascata e io non sono pronto. No cazzo non lo sono e forse non lo sarò mai. Sarò ricco ? Sarò qualcuno ? Sarò me stesso ? Sarò sarò sarò eterne domande prive di un briciolo di risposta. 
Restiamo a perderci nei nostri lussi, inermi, fermi, bellissimi, vuoti. 
Goccia dopo goccia..luce..stop. 
E domani ? Domani faremo quello che facciamo tutti i giorni: cercare di ridisegnare il mondo, distruggendo noi stessi. Amen.

domenica 1 giugno 2014

Outlast

Era un pomeriggio piovoso di ottobre, Ernie lo ricordava bene. Passeggiava nel parco vuoto con passo lento, ascoltando il rumore viscido del fango schiacciato sotto le suole bucate delle sue Converse, con il calzino ormai zuppo. In realtà, pensava, non era mai stato asciutto. Cioè, un tempo si, un tempo era anche stato bene, ma era un ricordo lontano e lentamente lo stava dimenticando. Ora il calzino era zuppo e per lui quel calzino era diventatae un'ossessione. Il piede intirizzito dall'acqua doleva e prudeva e pulsava ogni passo, e spesso perdeva completamente la sensibilità per parecchie ore. Ma ogni volta che il pensiero di togliere la scarpa gli balenava in mente, un nodo gli stringeva la gola e i brividi gli irrigidivano i muscoli, paralizzandolo. Era terrorizzato, terrorizzato all'idea di guardare sotto il calzino marcio. Sarebbe svenuto, lo sapeva. Ma intanto il piede doleva prudeva e pulsava, stava in silenzio solo quando addormentato o zittito da Alcol. Il caro, vecchio Alcol.
Ernie ne era spaventato a dodici anni, a sedici l'aveva conosciuto, a diciotto avevano instaurato un solido rapporto e dai venti in su era stato un amore duraturo, fatto di alti e di bassi, successi e delusoni. Bassi e delusioni ovviamente prevalevano, ma almeno si era divertito, quando non si era rotto il naso o quando non l'avevano l'arrestato. Alcol era per Ernie come la calendula per l'omeopata. Adatto a tutto. Antidolorifico, antistress, antidepressivo, antitristezza, anticonsapevolezza, antifallimento. Antipassato. Un amico, un consolatore attento. Peccato che fosse solo un palliativo. I mostri del passato erano appollaiati sulla spalla di Ernie costantemente, pronti a stringere la mente lucida e indifesa dell'uomo con le pinze dell'angoscia.
Ernie sapeva che era giusto così. La mamma glielo diceva sempre, con voce gracchiante: 'raccogli ció che semini Ernie, ciò che semini'. E lui aveva seminato poco e male e quando si era trattato di raccogliere l'ennesima birra lo aveva trattenuto al bancone del bar. Il bar. Il suo splendido bar. Se lo ricordava ancora.. un lungo bancone di mogano liscio, quattro bocche spillabirra placcate in finto oro, una parete a specchio ricoperta di mensole e bottiglie pregiate, il povero ma dignitoso linoleum, qualche tavolino traballante qua e la e qualche consumatore ugualmente traballante lá e qua, Jenny, il registratore di cassa vecchio quanto la morte... L'immagine gli fulminó il pensiero. Ernie si bloccò. Le gocce di pioggia picchiettavano sulla giacca a vento consunta, formando un ritmo orecchiabile, melodioso. Aveva pensato a qualcosa che la sua testa non era piú abituata a rievocare. Jenny. Da quanto tempo non pronunciava quel nome? Jenny... Intanto il piede doleva e prudeva e pulsava, ed Ernie rimise in moto a fatica la decrepita macchina organica che lo muoveva, con Jenny che gli parlava in testa e gli raccontava del suo nuovo marito di come la tratta bene della casa al mare che Ernie non le aveva mai comprato della macchina tutta per lei delle cene con il governatore e l'ad di quell'importante azienda e la casa, oh la casa, vedessi che casa..
La casa... Erano secoli forse che non si sentiva a casa. Si ricordava com'era la sensazione, calda, affettuosa, sicura, ma il caldo, l'affetto e la sicurezza non erano piú suoi problemi se c'era Alcol. Alcol aveva sopperito alla mancanza di Jenny con incredibile solerzia, accudendo Ernie ogni giorno della sua vita, seguendolo in quasi ogni azione, misfatta e depressione, e guadagnando un posto di spicco nel suo cuore e nella sua di certo corta lista degli interessi.
Purtroppo da lì non se ne sarebbe più andato, Alcol, ed Ernie lo sapeva bene. Era il prezzo. Il prezzo di Alcol non tardava mai ad arrivare e spesso arrivava una volta sola, l'ultima. Ernie lo sapeva bene. Ma quanti conti avrebbe dovuto pagare ancora? Quanti scontrini la vita gli avrebbe ancora presentato? Aveva sofferto. Aveva patito freddo, fame e sete. Aveva sopportato silenzioso e mesto le umiliazioni di branchi di ragazzini e lo sguardo di disgusto degli adulti. Aveva sorriso e ringraziato forzatamente tante persone, altre le aveva implorate e con altre si era insultato. Merda ne aveva mangiata e alla merda tornava sempre il suo pensiero. Ma oggi Ernie era stanco. Non aveva più voglia di pensare merda. Quel giorno Ernie voleva solo addormentarsi. Infatti il parco era il suo condominio, la panchina sotto l'albero un po' a riparo dalla pioggia il suo appartamento, tutto il mondo il suo paese, ed era li per dormire. Un'ora, un giorno, per sempre non gli importava. Non gli importava neanche la comodità. Voleva solo morire

Mentre Bill giocava con la sua barchetta di carta paraffinata, un uomo si era avvicinato lentamente alla panchina, incurante della pioggia e delle condizioni della strada, e si era fermato lì davanti a fissarla per almeno dieci minuti, o almeno era il tempo che sembrava fosse passato a Bill. Quello che aveva visto dopo era uno dei segni più indelebili della sua infanzia e a distanza di anni Bill avrebbe ricordato perfettamente ogni singolo particolare.
L'uomo si era voltato a guardarlo, e Bill era rimasto sorpreso del suo aspetto, chiaramente sudicio. L'aveva osservato, occhi grandi e tristi, gli aveva sorriso, Bill aveva ricambiato e poi l'uomo lentamente si era sdraiato sulla panchina, stringendosi in posizione fetale e stringendo tra le mani un qualcosa di vetro in un sacchetto di carta. A casa, Bill giuró poi di averlo sentito singhiozzare, parlandone con la mamma.
Bill ebbe paura, da quel giorno. Bill non fu piú solo un semplice bambino, da quel giorno.
Perchè quel giorno piovoso di ottobre  Bill, inconsapevole, aveva sorriso alla tristezza. 

mercoledì 14 maggio 2014

Notte

Eravamo come anestetizzati. Inermi, fermi lontani.
Scrutavamo come prede quelle figure misteriose. 
Esseri lontani, avvolti da mantelli, sorretti da possenti maschere veneziane. 
Sacerdoti, padroni..non capivamo quale fossero i loro reali ruoli, ma eravamo rapiti da quell'atmosfera, così lontana dalla realtà o dall'illusione.
Mostri o tenebrose verità ? Questioni spinose, questioni da sotterrare come viso sotto veli d'ignoranza.
Cori maestosi si alzavano, intorpidendo i nostri timpani. 
Poi come un esplosione, le luci si intensificano, i corpi si smuovono, le illusioni svaniscono dalla mia confusione.
Un cocktail dietro l'altro distendo i nervi. Una voce insofferente riempe la mia mente stanca. 
Vorrei scomparire in un silenzio eterno. 
Flash, dopo flash, saluto dopo saluto, stretta dopo stretta sento che sto inesorabilmente crollando. 
Vorrei capirci qualcosa, ma non riesco più a distinguere il reale dall'illusione. 
Sono un ologramma che vaga. 
La gente è attratta da noi persone silenziose. 
Artisti solitari, anime perdute nel tempo dei traumi e della solitudine. 
Xanax party, swag, Hannibal, San Salvario..meri luoghi comuni.
Altro che moda e poesia.
Qui c'è solo decadenza e pessimismo. 
Non sono più in grado di guarire, ma solo di capire.
Vivo in un mio grande sogno. In quel sogno ci sono io, un normale essere umano. Quell'essere umano ha un dono, quell'essere umano ha un carattere che assorbe. Assorbo tutto, immagini, testi, video, film, canzoni, quadri, storie, persone, caratteri; ed immagazzino tutto questo dentro di me. Quando incontro nuove persone apro il mio mazzo di carte e dono ad ognuno di loro una mia realtà. Questa realtà è una realtà variabile. Nel mio sogno ogni carta ha una realtà con una precisa direzione. Potrei quasi sembrare intoccabile, e invece sprofondando in quel sogno capisco che quella mimetizzazione caratteriale non è altro che il mio ennesimo scudo. La mia difesa che scavalca tutto e tutti. L'unica mia realtà: la linea piatta. 
Faccio ogni cosa per uscire da quell'incubo. Smuovo gli attimi. Smuovo me stesso. Non basta mai.
Il camaleonte osserva e assimila. 
Il camaleonte ha paura. 
Uscirò, uscirò da me stesso. Lo farò perché io sono più forte. Io sarò ciò che la natura ha pensato per me. 
Realizzerò quel disegno. E se non lo farò vorrà dire che mi sarò perso nel labirinto. 
Siamo eterni insoddisfatti, non siamo liberi, ma siamo contratti. Siamo attratti dai sentimenti perché sono puri. Cerchiamo perfezione nella purezza e perversione nel divieto. Cerchiamo la libertà sognando il piacere nella eversione. Eterni rivoluzionari in cerca del tesoro. Voglio dipingere il quadro della mia vita nell'esplosione della sua totalità. Per poi osservarlo con il sorriso. E dormire, lontano dalla costrizione.
Dio ci odia tutti. Perché noi odiamo noi stessi. Autodistruttivi e esteti. Il contrasto primordiale. L'essere umano. La bestia. Il genio. La crudeltà. 3. 
Eterni e immutabili. 

martedì 13 maggio 2014

Is this my mind?

Non è da tutti i giorni fermarsi a pensare. Forse non è neanche un'abitudine mensile.. Magari è annuale come la grande migrazione degli animali africani, che ogni anno tra novembre e dicembre lentamente risalgono le colline a sud dell'ormai arsa regione del Masai Mara per ritornare nella placida valle del Serengheti.
Magari i nostri pensieri migrano proprio come gli animali africani e come gli animali africani ciclicamente ritornano, perché a te devono tornare, il Serengheti dei tuoi pensieri.
Ma la sconvolgente verità è che tu questi pensieri non li vuoi. Fuggi da loro perennemente, li allontani con i mezzi più subdoli, alcool, droga, amore, cerchi di sotterrarli sotto una montagna di superficialità affinchè da li sotto non possano più tornare.
Ogni volta, però, essi ritornano. Tristi più di prima. Travolgenti più di prima. Come il dannato cancro che per tre volte ti eri illuso di aver sconfitto ma che inesorabilmente era tornato, succhiandoti la vita fino al punto che nella tua misera stanza d'ospedale a farti visita era venuta la Morte, accompagnata da un malinconico valzer, che gentilmente ti aveva porto l'ossuta mano per permetterti l'ultima danza della tua vita.
Tornano, tornano, ogni volta. Anche a me succede. Anzi, mi è successo proprio oggi.
Seduto sul divano un sottile filo di fumo annebbiava la mia vista, già di per sé opaca per le diottrie mancanti. I miei genitori al lavoro. La televisione spenta. Il computer lontano. Lo stereo scollegato da tempo, il libro perduto in qualche meandro della casa. Insomma, ero in una situazione che di rado mi era capitata nell'ultimo periodo, abbandonato completamente a me stesso, con l'unica possibilità di fare un balzo nelle profondità della mia coscienza.
È una decisione importante da prendere: alzarsi, e continuare a fuggire, oppure rimanere là seduto e aspettare che il tuo cervello produca qualcosa di interessante. Ero lì lì per alzarmi e accendere la televisione, quando ho deciso di fare qualcosa di costruttivo.
Ho aspettato.
E il risultato è stato dei più tragici.
Dopo poco meno di 30 secondi di full immersion nel mio io vengo assalito da una serie di ansie, preoccupazioni, problemi, tormenti che io non avevo assolutamente pensato. Tento di allontanarle, tento di richiamare ciò che nella mia vita mi rende felice di esistere, ciò che conosco, ciò che mi da sicurezza gioia amore affetto emozioni dolci care candide come una farfalla che svolazza libera nel cielo limpido azzurro chiaro, una splendida libera farfalla che morirà da li a poche ore .L'ineluttabilità della vita. Io sono una farfalla con le catene vivo solo un giorno ma non sono libero di volare come fa lei come fa lei come fa lei voglio volare libero libero da ogni frustrazione ma cosa sono le frustrazioni se non i piaceri che non riusciamo a raggiungere devo raggiungere i piaceri ma non posso, non posso, non posso...
Qualcosa mi blocca al divano, dietro e sotto lo sterno si agitano le budella senza un motivo valido, qualcosa mi atterrisce, mi sbarra gli occhi e mi spalanca la bocca tipo Munch sul ponte. Sono terrorizzato.
Sono terrorizzato dalla vita ma come faccio ad essere terrorizzato dalla vita l'unica cosa che ho l'unica cosa vera l'unica cosa che mi dà un senso non ha un senso essere terrorizzato dalla vita che va, vita che torna, vita leggera che con un soffio cade giù?
Domande, domande, domande mi assillano il cervello. Mi occupano la testa come studenti in rivolta nelle università, spaccando tutte le certezze e bloccando da dentro le porte delle sensazioni bene.
I miei occhi non vedono, le mie orecchie non sentono, le mie mani non toccano più nulla. Sono annullato in me stesso, sballottato su e giù tra le rapide di pensieri in cui mi sono lanciato per prodigarmi in un rafting mentale che può solo finire con la depressione più profonda.
È un bel salto, non c'è che dire. Come quando sognate di cadere e la caduta non finisce mai, Felix Baumgartner onirico, la stessa cosa capita nella coscienza, ma lo definirei meglio con un Pietro Taricone mentale.. Sappiamo tutti com'è finita, no?
Mentre sto per perdermi nei bui labirinti della mente, architettati da me per me stesso, annuncia una voce fuori campo nella mia testa, dei morbidi cuscinetti fanno leggermente pressione sulla mia gamba, e qualcosa di ispido e solleticante batte contro la mano inerme.
Mi risveglio dal mio ego trip. Osservo la stanza un po' intontito, ruotando lentamente la testa di qua e di là. Sento che le mie dita stringono qualcosa.
Abbasso lo sguardo.
Il fumo che prima mi danzava davanti agli occhi non c'era più da qualche minuto, ma me ne rendo conto solo dopo.
Allora prendo il clipper a motivi floreali che ho sul braccio del divano con la mano sinistra, avvicino la destra alla bocca, faccio ruotare il cilindro metallico seghettato dell'accendino, premo il tasto che pompa gas nella camera di combustione. Si genera la fiamma, tiro, lascio che il fumo misto a gas esca lentamente dalla bocca, aspiro di nuovo.
E allora tutti i miei pensieri vanno via.

lunedì 7 aprile 2014

Acqua ragia

Quando guardo il mondo, mi immagino una grossa palla disegnata da un bambino. Un po' di verde qua, un po' di azzurro là. Semplici pennellate stirate velocemente e con poca cura, che formano con le zone non colorate banchi di bianco candido che lentamente vagano, come un uomo ormai sazio di stagioni vaga verso la morte. Invidio l'astronauta, che lontano chilometri e chilometri da questa sfera riesce a meravigliarsi ancora della suggestione dei colori, veri, puri, distinti.
Quando guardo l'uomo, però, vedo un'infinità di colori. 
Nero, viola, rosso, giallo, verde.
Si passa da uno all'altro con rapidità sconvolgente, tanto che su una tela il vero dipinto dell'uomo non sarebbe che un caleidoscopio di sfumature. Un caleidoscopio di personalità e facce che si intersecano e si scambiano continuamente. Uomini saggi e valorosi scivolati nelle ideologie più sfasate, mostri redenti che diventano santi. Semplici amici che offrono la birra al bar e poi offrono la vostra fiducia in cambio della loro soddisfazione. Parenti che allungano abbracci solidi come roccia, ma che nelle difficoltà svaniscono, come sabbia al vento.
Malvagità che convive con misericordia, il nero che stringe il bianco in una stretta affettuosa e fasulla. Il nero che illude il bianco, la speranza che sembra prevalere sulla disperazione, la luce lontana che si irradia sempre di più, e poi il pavimento che manca sotto i piedi, e di nuovo nero. Ovunque. 
Proprio come quando lo scrittore ha l'impressione di aver scritto un pezzo formidabile e dopo averlo letto lo butta nel cestino, deluso e sconsolato, allo stesso modo reagiamo quando comprendiamo la nostra bassezza, la nostra meschinità. Il nostro nero, seppellito sotto pennellate rabbiose di bontà, amore e gratitudine. 
Ma è la tela stessa ad essere nera, e gli altri colori possono solo coprirla temporaneamente. Con il passare degli anni, o delle settimane, quei bei colori con cui avrete mascherato il nero si scioglieranno, mettendolo a nudo. Forte, immortale, ancorato alla nostra anima come un neonato si aggrappa al seno materno. 
Quando la tela che esporremo alla mostra della società sarà completamente nera, allora saremo noi stessi. E quando tutti saranno loro stessi, la sfera vivida che prima era verde, azzurra e bianca s'incupirà, velandosi in eterno.
Prima o poi il tempo verrà.
 Arriverà il giorno del giudizio, ma l'acqua santa non vi servirà
Al massimo l'acqua ragia.
  

giovedì 6 marzo 2014

Diamanti grezzi

Vorrei poter cadere dal mondo in cui sono nato. Vorrei precipitare la dove le voci sono più dolci , gli abbracci più caldi, le persone più belle. 
C'è qualcosa in te ragazzo..c'è qualcosa di grande, forse di enorme. Bisogna svegliarsi da questo sonno profondo, da queste ombre che ci incutono timore.
C'è la necessità di ricominciare a credere in noi, di scoprire il nostro talento, di valorizzare la nostra giovinezza, i nostri sogni. 
Un risveglio coronato da soldi, sesso, droga, musica, feste, amici, ricordi, spensieratezza, energia, speranze e tante risate.
È bello credere che un giorno ci sarà la voglia di reinventarsi, la voglia di imparare, di confrontarsi, dell'essere al di fuori dal vero conflitto materiale. Un solo milkshake di anime libere di mescolarsi in un vortice di perfezione. 
Siamo diamanti grezzi è ora di tornare a brillare.

mercoledì 5 marzo 2014

Viaggio nell'Aldilá

Seduto sul divano guardo dai led scintillanti la decadenza del mondo, la crisi dei valori sani, l'avvento di una generazione senza il motore degli ideali. Mentre guardo desidero che tutto ciò sparisca all'istante, voglio rifugiarmi in un posto tranquillo dove le preoccupazioni e lo schifo dell'umanitá non possano raggiungermi, mai.
Quindi chiudo gli occhi, appoggio la testa sul cuscino e attendo che la scia onirica mi rapisca una volta per tutte.
Quando riapro gli occhi un vortice di nero e rosso si fonde nei miei occhi. Mescolanze di simboli e sensazioni si compongono stile puzzle in un'intricata composizione romantica, tutto è sfumato, ma ciò che voglio vedere si mostra nitidamente, limpido ai miei occhi.
Ho voglia di scoprire, di amare, di morire, ma non nella mia dimensione.
Muovo all'interno del luogo che non riesco a descrivere con passo insicuro, come un bambino nella stamberga tradizionalmente infestata, mentre aspetto che qualcosa accada.
Un rumore, come di penna sulla carta, rapisce la mia attenzione. E poi sparisce.
Ancora una volta. Sparisce di nuovo.
Non comprendo, mi aggiro intimorito, ma non mi espongo mai in azioni squilibrate. Vivo nella via di mezzo, nel riciclo tra il nuovo e l'antico.
Mentre mi convinco ad andarmene sento toccarmi la spalla.
Ruoto lentamente le spalle, spaventato a morte da chi mi troverò davanti.
Mi giro e.. non posso crederci.
A metá tra l'adorazione pura e lo sgomento, realizzo chi è l'entitá che si staglia di fronte a me.
L'occhio saggio spazia velocemente da un capo all'altro del mio corpo, indagando nei più profondi recessi della mia immagine. Il volto pallido, emaciato, rispecchia un'esperienza secolare, i capelli bianchi sinuosi fluttuano nell'aria, mossi da un vento che colpisce solo la sua figura.
Con fare magniloquente, Epicuro si presenta, pieno di umiltá, come se fosse certo della mia ignoranza.
"Salve viandante. Sei entrato nell'Aldilà, luogo sacro, di pace e riposo eterno. Le anime di questo posto vivono in armonia eterna, e nulla puó corrompere la meraviglia di questi luoghi. Io sono l'Epicureo, guardiano dei sentimenti giusti."
Appena finisce di parlare, sento una forza dietro lo sterno spingere, spingere e spingere ancora. Le mie gambe sono ancorate, radicate al terreno da ceppi invisibili pesanti come macigni. Abbasso lo sguardo e osservo terrorizzato il mio corpo deformarsi sotto la pressione della forza nel mio petto. A poco a poco il tessuto si lacera, le costole scricchiolano, la pelle si apre. Il filosofo osserva la scena impassibile, quasi immobile, immerso nella complessitá dei suoi processi logici.
Osservo il mio corpo smembrarsi, e mentre soffro terribilmente il mio cuore pare staccarsi dall'incavo a lui destinato.
Ma cos.. si stacca davvero. Inizio a gridare, disperato, ma nessuna vibrazione viene emessa dalla bocca. Osservo la sede dei miei sentimenti fluttuare dal mio torace squartato alla mano del filosofo, che, con la mano grinzosa aperta, attende l'organo impaziente.
"Per salvaguardare la giustizia che guida questo regno, sono stato incaricato da Lui, il nostro Signore, di giudicare ogni anima errante. Poggerò il tuo cuore sulla mia coscenza, e saprò le tue colpe. Potrai attraversare il Regno, se il tuo cuore non si dimostrerá nero peccato. Se il tuo cuore necessiterá redenzione, tornerai all'Inferno."

L'Inferno è terrestre, noi siamo i dannati

È l'unica cosa che riesco a pensare, prima di stramazzare incoscente al suolo.

lunedì 3 marzo 2014

Buio

Nel buio è facile muoversi. Gli sguardi scorgono poco, i difetti sono mascherati. Nel buio molto spesso gli occhi di chi ti guarda sono annebbiati. 
Nel buio la musica copre ogni rumore. Nel buio anche le canne acquistano un sapore differente, sono calde, lente..vuote. 
Nel buio anche i bagni possono essere accoglienti, basta sapersi muovere.
Nel buio i nemici preferiscono essere amici. 
Ma nel buio a spiccare c'è soltanto il nostro ego, la nostra convinzione che tutti siano li per osservare noi. Danze sfrenate, urla, spintoni, abbracci, alcool, droga, puttane e morti di figa. 
Un mix esplosivo pronto a sommergerti come uno tsunami, un onda d'urto spinta dall'ego di migliaia di persone pronte a tutto per due minuti di notorietà. 
E rimarrai li nel silenzio a contemplare le tue delusioni nell'aver ancora una volta sottovalutato te stesso.

sabato 22 febbraio 2014

Degrado 2.0

Maya Droga Italia Degrado Nichilismo Sesso Psicoanalisi Lars Von Trier Bitch
Disagio Rabbia 

A breve..

mercoledì 19 febbraio 2014

Filosofia dello schifo, parte prima

Ogni persona, nel corso della propria vita, si trova quindi a confrontarsi. Con qualcosa, con qualcuno. Alcune volte ci si confronta con cose di cui non si conosce nemmeno l'essenza, questioni troppo grandi anche per la mente più grande. Altre volte lottiamo contro noi stessi, ma il baratro della nostra coscenza è insormontabile, migliaia di volte più profondo di quel che credevamo.
Nella quotidianitá, invece, l'uomo è costantemente alle prese con match ad eliminazione diretta con la vita. Roba da in o out, dentro o fuori. Partite con il destino con il quale si è obbligati a vincere per poter anche solo immaginare un futuro.
Ed è proprio a causa di questa criticitá, dunque, che l'uomo tende a crogiolarsi nella tristezza, nell'insoddisfazione della vita. Insoddisfazione per l'unica cosa che ci è concesso possiedere fino alla morte, in sintesi.
Questa sorta di "dramma" esistenziale è in fondo ovviabile, se ci si ragiona sopra. Ogni tipo di questione che nel corso della vita si presenta a noi si rivela, ad un'analisi attenta, come estremamente strutturata, complessa nell'insieme ma semplice in ogni sua parte fondamentale.
Volessimo classificare ogni questione quotidiana in base a categorie, qualitative o quantitative, dovremmo partire dall'essenzialità, da deduzioni che non necessitano di particolari processi logici. Definendo l'essenza primaria delle questioni arriveremmo di conseguenza a informazioni utili sulla risoluzione del problema.
Continueremo poi a classificare secondo altri criteri via a via più specifici, dipanando sempre più la natura della questione, fino ad arrivare al quid esplicativo.
Riapplichiamo ora questo metodo ad ogni frustrazione, problema, morsa, cattiveria che costella il nostro percorso da sempre, dalla nascita fino allo spiro.
Potrete ben comprendere che saremmo in grado di superare quasi ogni tipo di pressione psicologica o stress, ai quali spesso ci arrendiamo, facendoci trascinare in un oblio di tristezza e sconforto dal quale è impossibile ritornare.
È il metodo che porta la felicità.
È il metodo, unito all'istinto e alle emozioni, a rendere l'uomo uomo. Non animale.
E quindi, ditemi: da dove deriva il metodo?
Da un'analisi logica, composta di processi mentali razionali.
E cosa fonda ogni nostro processo psicologico?
Il pensiero.

Dovete pensare, se volete definirvi uomini. Dovete pensare, affinchè un giorno siate le persone che avete sempre sognato di essere.
Se volete morire dimenticati, se volete essere branco e non individuo, se volete spartire successi e personalità con altre centinaia di persone, non pensate. Lasciatevi inghiottire dal vortice caotico della vita, incapaci di affermare il proprio essere, e dissolvetevi, come se non foste mai esistiti.
Se volete essere, pensate.
Ricercate il metodo, e ricercherete voi stessi.

lunedì 3 febbraio 2014

Cry or die

Non posso sopportarlo.. Sedermi qua, di fianco a te..
Così pochi metri tra di noi, così lontane le nostre menti.
Non posso sopportarlo.
Non posso guardarti mentre ti distruggi, non posso guardare dentro me stesso. Non posso ammettere di non poter vivere senza qualcuno come te. Ma lo devo accettare.
Vivo per vivere, muoio per far sperare.

Ti amo, nonostante tutto..


Stop the thoughts.. Stop the thoughts.. Stop the thoughts..
Perchè ci sono poche cose per cui sorridere.

Sei sbagliato 1
Change
Sei sbagliato 2
Change
Sei sbagliato 3
Change
Sei sbagliato 4
Fuck. Them. All.

'Fa ciò che è meglio per te..'
La figurà tentennò, immobilizzandosi, scrutando con occhi vacui la terra al di sotto delle sue estensioni.
Con la lentezza di chi ha giá vissuto il mondo, la figura si girò, osservando l'uomo.
'Esiste qualcosa di meglio per me, se non la morte?'

giovedì 30 gennaio 2014

Riflessioni di un osservatore

E' stato facile imparare a mimetizzarsi. Bastava un bel jeans, un po' di risvolto, una sistemata al ciuffo da hipster, qualche sorriso disinvolto, qualche battuta. Una persona normale, come tutte le altre. Pregi e difetti di una persona normale. Già, normale.
Ma cos'è una persona normale se non un'entità che sfugge alla comprensione e alle regole, un fulmine che pochi occhi saranno in grado di cogliere e scoprire, mentre molti altri si accontenteranno del lampo. Uno scoppio di luce impercettibile. 
Ogni giorno da diversi anni a questa parte, osservo questi lampi, e all'interno del mio cervello, creo per loro degli occhi pronti a osservarli. 
Mi è sempre piaciuto osservare le persone, fin da quando ho imparato ad ascoltare. Poi è arrivata la voglia di emergere, la voglia di mostrare a tutti che ero un fulmine e non un semplice lampo che pochi sguardi sarebbero stati disposti a cogliere.
Ma ho presto capito che a forza di osservare gli altri, a forza di cercare di capirli, mi stavo nascondendo. Stavo nascondendo me stesso. Perché se c'è un fulmine che non volevo osservare, be credetemi quello era il mio.
Dunque perché mai le persone avrebbero dovuto soffermarsi a osservarmi e a comprendermi, quando neppure io volevo farlo?
Non lo so, ma di certo so che è più facile ascoltare che essere ascoltati. Perché quando sei disposto ad ascoltare realmente qualcuno allora ti poni nella direzione di voler sapere perché questa persona è li con te. Che cosa questa persona può portare a te. E a quel punto ti chiedi che cosa potresti portare tu agli altri. 
Posso portare molte cose agli altri, posso regalare loro le mie ore di ascolto. Ma nel momento in cui capisci che nulla per te ha più un filo conduttore ti perdi e rimani in silenzio. Un silenzio che dovresti interrompere quando vedi le vibrazioni, ma non lo fai. Non lo fai perché sai che sarai ascoltato, sai che se condividerai te stesso con un'altra entità che senti così affine a te sarai il primo a strabordare. 
E quindi rimani qui, ad osservare Kate Moss in bianco e nero sul tuo iPhone. E ascolti il tuo silenzio.

lunedì 20 gennaio 2014

Paesi dei balocchi e ritorno

Come il mio socio ha scritto, sono appena stato ad Amsterdam.
C'è qualcosa da raccontare? Ovvio..

Volete il racconto? Prendetevi sta merda.

Ore 7 sveglia ore 8 arrivo a scuola 3 ore di spavalderia poi macchina milano malpensa attesa volo.
Arrivo confusione e meravigliosa sensazione.
Vita tra coffeeshop e musei morte tra cibo e piante.
Salvia divinorum svela un mondo lo abbracciamo e lo perdiamo ma siamo sicuri che dietro il velo della realtá comunque ci sia. L'abbiamo visto.
Cibo fumo puttane soldi degrado floriditá.
Convinzione che la cittá stessa sia creata per sballarti o per ispirarti.
Nuovi messia dai cervelli lisergici ci guidano per canali strettoie bordelli e McDonalds vari.
Nuovo incontro allucinogeno. Vivere un incubo bellissimo per 6,7,8 ore.
Luci incredibili nullitá delle azioni vita senza significato. Sentimento di potenza altro che cocaina, magic mush.
Uscire da un sogno entrare in un altro piú reale e peggiore.
Finire definitivamente il sogno.

Non puoi amare un posto piú di Amsterdam a quest'età.
Si parte, con la speranza di rimanere.
O di rimanerci, come volete.

domenica 19 gennaio 2014

Sogni sbagliati

Il coronamento di ogni successo. Ecco a cosa sono arrivato.
Non parlo di successi intellettuali, civili o relazionali, no...
Io parlo di soldi.
Chiamatemi cinico, ma non ho altro interesse che non sia la frusciante carta filigranata. Non sento di provare emozioni, non riesco a riconoscere i sentimenti e mi è impossibile creare legami.
In parole povere? Non me ne frega un cazzo di nessuno.
Mi interessa solo di quanti soldi posso buttare nel minor tempo possibile.
Vivo una vita di eccessi, senza freni e limitazioni. Sogno di morire a 33 anni, per dimostrargli che non è l'unico che puó farlo.
Sogno di illudere migliaia di donne, e di rovinarle, ma non fisicamente, nella testa.
Sogno di diventare burattinaio, ma della realtá.
Sogno di conoscere, un giono, Oscar Wilde e fargli conoscere chi veramente vive sulla cresta dell'onda.
Percorro il mio cammino tramutando in ricchezza ció che incontro, e per questo ho coltivato un culto della personalitá spaventoso. Certo, non ho fatto tutto io. La massa ci ha messo l'ignoranza.
Non ho a cuore le sorti del mio paese, e nemmeno dei miei connazionali. Ho vissuto, un tempo, nella convinzione che il mondo potesse cambiare, che noi potessimo cambiare.
Non è vero niente.
L'umanitá ti prende, lentamente ti fa scivolare in un sonno cosciente e ti educa.
A cosa? All'umanitá stessa, non è ovvio?
Ed è per questo che non sono come voi, è per questo che non ho una morale, un obbiettivo o una famiglia.

Sogno comunque di morire, sotto le stelle.
Ma non saró io a morire con voi.
Sarete voi, tutti voi, a morire con me.

Preparatevi.

mercoledì 8 gennaio 2014

Partner fuck!

Il mio socio nella scrittura è andato ad Amsterdam un paio di giorni. Fuck him!

Invidiatime.