Avvolta nella sua larva di inconsistenza, la creatura osservava l'infinito impercettibilmente, quasi immersa in un sonno eterno. Lo sciabordio delle sabbie era diminuito, il lento flusso del tempo quasi estinto, come un fiume piagato dal sole più caldo. Il degrado dell'umanità aveva dunque raggiunto l'apice.
'Come doveva essere', pensò la creatura.
Tutte le statistiche lo avevano confermato. E lei, da buona statista qual era, l'aveva previsto molte ere prima.
Era stata stolta, in origine. Nell'illusione del suo potere, aveva dipinto con mano abile la sua dimensione. Aveva poi impresso in questo dipinto la forza del pensiero, vivacizzando all'estremo il riflesso del suo quadro già perfetto. E da lì il degrado era inesorabilmente partito. La tela aveva iniziato a sfaldarsi, un grigiore aveva attanagliato le sfumature più accese modellate dalla creatura. Così l'oppressione del rimorso, della colpevolezza l'aveva svilita fino nei più profondi baratri della sua incommensurabile coscienza.
Il tempo era giunto al termine. Infine, la sofferenza giungeva all'epilogo.
Con la consapevolezza del fallimento, l'essere chiamato Dio si apprestava a distruggere ciò che aveva creato.
Nella sua stanza bianca, L. osservava l'immensa distesa di cemento e ferro che formava un nuovo orizzonte frastagliato. Usurpatori, avvelenatori di un mondo che a loro non apparteneva. Il peggior ceppo virale che la natura avesse mai concepito. Ma che, come ogni virus, era destinato ad estinguersi. L. aveva vissuto una vita che non gli spettava, in un mondo che aveva sempre rifiutato. Le utopie le aveva lasciate al vento oramai tempo prima, ora vedeva davanti a se solo realtà e certezza. E putridume.
L. non era più semplicemente un uomo. Era l'antitesi dell'uomo, il vaccino più potente contro la malattia più devastante.
Nella sua stanza bianca, osservando l'immensa distesa di cemento e ferro che formava un nuovo orizzonte frastagliato, al chiaro di un unico raggio di luna, L. pensò a sua figlia, prima di premere per un'ultima volta il grilletto.
Da quel giorno, l'umanità decadde. In ogni essere umano presente sulla Terra sbocciò infine il seme della follia. L'uomo compì definitivamente la sua opera di autodistruzione. La popolazione mondiale venne investita da un'ondata di pazzia generale. La società così come era conosciuta cessò di esistere. Gli uomini continuarono per anni ad uccidere altri uomini, finchè non si annientarono fino all'estinzione totale. Il profondo segno che gli esseri umani avevano lasciato nel mondo fu testimoniato solo più da meste rovine di città vuote.
La Terra tornò in mano all'incoscienza animale, la purezza di spirito aleggiò per l'eternità nelle menti delle creature dominanti il mondo.
La natura, infine, tornò a essere burattinaia del suo macabro teatro.
Quando gli agenti raggiunsero la stanza 366 dell'Hope Asylum, riuscirono ad abbracciare la complessità della mente umana. Ai loro occhi si presentava uno spettacolo terrificante: il bagliore bianco candido del pavimento della stanza era disgustosamente imbrattato del materiale organico dell'uomo riverso a terra. Come i medici, l'FBI non si spiegava come fosse potuta accadere una tragedia simile. L'uomo era entrato in possesso di un'arma da fuoco e si ipotizzava che la sua condizione psichica l'avesse portato al suicidio. Scrittore fallito, l'uomo era andato in bancarotta, e la sua mente aveva ceduto. La sua carriera si era semplicemente dissolta, come si erano dissolte le vite di sua moglie e di sua figlia sotto le pallottole d'amore di un uomo impazzito. Per l'evidente criticità delle sue condizioni psichiche, l'uomo era stato isolato in un carcere psichiatrico e lasciato da solo ai suoi rimorsi e alle sue follie.
Il vero senso di terrore, però, gli agenti lo provarono solo alzando lo sguardo verso il soffitto. Sopra la loro testa, un intricato contorcersi di righe di grafite danzava, come se agitato da forza sconosciuta.
Sul soffitto della sua stanza bianca, prima di terminare la sua esistenza, Light Kane aveva scritto per un'ultima volta il finale di un libro. Il libro dell'umanità.
Homo homini lupus, semper.
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