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sabato 22 giugno 2013

Exploding Plastic Torino. Inevitable.

Intro



Fissavo quella lattina di Red Bull dalle 3 di notte. L'alba si avvicinava anche se lo smog torinese sembrava porle un sottile velo in modo tale da nasconderla ancora un po' agli ignari lavoratori. Alla dodicesima Red Bull avevo deciso che la tredicesima l'avrei osservata, tentando di rimanere immobile. Controllare gli spasmi della caffeina e fissare come trascinato da un obbiettivo non specificato verso quel logo, progettato da chissà quale studio in Austria. Avrei dovuto cominciare a studiare per quell'esame diverse settimane fa, ma si sa, quando comincia a capire che la scuola non fa per te dovresti trovarti un lavoro, un'occupazione, un mezzo per cominciare il grande salto verso la vita vera. O almeno così ho sempre pensato io, finché verso il 13 anni credo ho capito che sarei stato all'infinito un mantenuto. Non per un motivo particolare, non per cattiveria verso i miei genitori, neanche per mancanza di capacità (c'è addirittura chi pensa che io sia un genio). Credo che questa conclusione mi sia giunta tra le mani quando ho capito che lo stadio del bambino dell'egocentrismo assoluto studiato da Freud nel mio caso non sia mai cambiato. Al centro ci sono, c'è la mia vita, i miei impulsi sessuali e i miei impulsi emozionali. Nient'altro. Semplicemente questo. 
E oggi ho deciso che non dormirò. Mi sono alzato come tutte le mattina, ho saltato le lezioni dell'università di psicologia alla quale sono iscritto da un anno, ho acceso una sigaretta, ho fatto due tiri e senza alcun motivo ho indossato un paio di jeans stretti pagati due soldi da H&M, una maglietta scollata e sono corso al primo supermercato e ho comprato tre confezioni da 6 di Red Bull. Quindi mi sono chiuso nel mio bilocale e ho cominciato a bere. Ogni tanto rollavo una canna, mettevo poco fumo, chiudevo facevo qualche tiro e aprivo una nuova lattina. Così per tutto il giorno. Non perdevo mai il controllo, quindi sono sceso di sotto ho prelevato 200 euro più o meno quanto mi rimaneva sul conto, sono andato da uno spacciatore ho comprato la coca, sono tornato al bilocale e ho sniffato. Silenzio, continuava ad essere silenzioso. 
Ho ricominciato a bere, ma ho corretto il contenuto di quelle lattina Blu argento con dell'Absolut Vodka tenuto li per qualche eventuale party. Niente da fare il silenzio non cambiava di una virgola. 
Ad un certo punto, credo di aver pregato per la prima volta, seriamente, nella mia vita. Ma non ho pregato un padre nostro o un ave Maria, no ho pregato in silenzio, fissando quella lattina e non credo di aver pregato nessun Dio che non fosse me stesso. 
In un pieno stato di egocentrismo alterato ho fissato quella lattina a lungo, per ore ininterrotte. E pregavo, pregavo allo sfinimento di non essere immobile. Pregavo di uscire da quel luogo, di andare a scopare, di andare a picchiare qualcuno, di andare a devastarmi di droghe al primo party che avrei trovato, di andare dai miei genitori e di dire loro in lacrime che nessun esame di cui avevo parlato loro era stato svolto, di andare fuori dai miei amici e dire loro che erano mesi che non sentivo più nulla. 
Invece sono rimasto li. Seduto a gambe incrociate ad osservare quella lattina immobile come un trofeo. La vedevo come uno specchio che rifletteva ai miei occhi il mio corpo, un totem nel quale riversare le miei preghiere nella speranza di trovare l'emozione forte, il picco, per poter fuggire da quella mia paralisi. 
Ma nonostante ore di preghiere ininterrotte il mio nichilismo emozionale non si era scostato di un centimetro, anzi si era rafforzato; Avevo volontariamente esposto il mio corpo al massimo rischio alla ricerca della paura estrema, volevo che il mio cuore esplodesse dall'adrenalina. Invece il mio cuore era rimasto costante, costante come le emozioni che il mio cervello stritolava tra le sue possenti mani. Le stritolava ad una ad una senza fare distinzione: Amore, odio, rabbia, tenerezza, dolcezza, tristezza..ogni cosa era grigia, incolore per eccellenza e nonostante i miei occhi, il mio sorriso e il mio corpo materiale si ostinassero nella loro plasticità a dire il contrario, io sapevo dal mio cuore che la verità, l'unica e assoluta si racchiudeva nel mio essere grigio. 
Così istintivamente colto da un raptus improvviso, mi alzai e andai dritto verso la finestra del sesto piano del mio palazzo e mi sedetti sul davanzale come un folle prima del suicidio. Osservavo l'altezza, una cosa che col tempo mi aveva spaventato sempre di più, ma anche questa volta la osservavo senza vibrare, senza sentire in me i brividi che salivano nel mio corpo, i brividi di paura ed eccitazione uniti come in una catena genetica e intenti a scalare vorticosamente il mio corpo. Poi, una scossa fortissima e improvvisa. Cado di schiena sul pavimento e rimango con le gambe sollevate a creare un angolo perfetto di 90 gradi con il mio corpo. Il dolore terribile della caduta mi aveva dato una scossa, ma niente a che fare con il brivido così intenso che aveva pervaso il mio corpo prima del mio tentativo di suicidio. Un brivido che avevo cercato così a lungo e così intensamente. 
Quasi in estasi mi alzo e vado in bagno, prendo un bicchiere ci butto dentro un po' d'acqua e un'aspirina, riempo la vasca d'acqua calda e stacco una lametta dal mio rasoio, bevo il bicchiere d'acqua, mi immergo ancora vestito nella vasca e taglio, un taglio netto, dritto all'altezza del polso e poi chiudo gli occhi, con il sorriso. Il brivido mi aveva fatto esplodere. 

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