Chapter 2.
Sudore. Caldo afoso. Un casino assordante del traffico delle 11.30. Il telegiornale che trasmette l'ennesima brutta notizia sui ribelli turchi e su qualche specie animale in estinzione di cui non me ne frega assolutamente un cazzo. Con un gesto estremo sollevo il corpo dalle lenzuola sudicie, ripromettendomi di cambiarle prima o poi. Come ogni volta mi risveglio in questo buco di merda 4x4, e maledico il giorno in cui mia madre non mi ha donato un cervello più funzionante. Con quello, probabilmente ora sarei a fare il fighetto in qualche college da due dollari per conseguire una laurea che probabilmente non mi sarebbe servita a nulla. Accendo una sigaretta e preparo la mia classica colazione del capitano: hot dog della sera prima e birra mezza fermentata arrivata ormai alla temperatura di evaporazione. Do due morsi, ma i conati di vomito mi assalgono e getto il panino nella spazzatura. Un'altra giornata di merda, penso. Vero fino ad un certo punto. Mi vesto, bermuda color kaki e maglietta attillata con scollo a V. Mi diverto a mettere in risalto il mio fisico, è l'unica cosa di cui posso vantarmi e prima o poi son sicuro che troverò una tardona ereditiera che scalpita come un cagnolino in attesa dell'emozione di un'ultima scopata. La troverò. "Il mondo è alla fine, sbrigati". Ma che cazzo..? Una voce femminile, suadente quanto autoritaria è rimbombata nella mia testa, senza cognizione di causa alcuna. Mi siedo un attimo davanti a un piccolo negozio di elettronica, riordinando un attimo i pensieri e sedando i nervi. Un'allucinazione. Sicuro è stata la birra di ieri sera. Fanculo, non la compro più la Budweiser. Ripreso il controllo della mia psiche, mi muovo verso District 1, il più anonimo quanto infame buco del culo del mondo. Cosa vado a farci? Prova a indovinare, bellezza. Quando becco John, capisco che per fortuna io ho ancora una qualche parvenza di dignità. John è il più grande figlio di puttana del mondo. Una volta ricercatore biochimico, la brama dei soldi l'aveva portato al degenero. Per due anni si era chiuso in laboratorio e, andando avanti a scatolette di manzo e acqua sporca, aveva sintetizzato una nuova droga, la MSL-1, mesoscalina L-1. Potentissimo allucinogeno, eccitante e rilassante, era la droga perfetta. Dopo 10 anni, però, i suoi effetti avevano iniziato a giocare ai minatori sul volto di John. Con la sua roba assoggettava mezza città al suo volere, perchè la dipendenza da MSL-1 era praticamente immediata. I suoi prezzi erano sempre più alti, la merda con cui tagliava la sua roba era sempre più schifosa, la gente era sempre più fuori di testa. Era un piccolo agente del caos, ma non sarebbe passato tanto tempo prima che la polizia lo ritrovasse in un qualche vicolo con due pallottole in testa. Ora, con la testa leggera e il mio corpo un po' più radioattivo, mi sento meglio. La vita non fa così schifo, quel cane verde mi mette allegria. Merda, devo tornare a casa. La strada è sempre più traballante, le macchine sono sempre più grosse, la gente si muove troppo velocemente e troppo scomposta. No, non ce la faccio. Mi rifugio nel primo vicolo chiuso, dietro alla puzza di pesce marcio di un Japan Restaurant. Contro i mattoni freddi il mio corpo viene attraversato da spasmi incontrollabili. Poco a poco, scivolo in un limbo di inconsistenza tra l'overdose e il sonno che mi culla come in una vasca criogenica. "Sbrigati, ci stai condannando tutti". Ancora la voce, ancora, ancora, basta. "Alza la testa". La testa? Non ho più una testa, io. Non vedi che sto lentamente diventando cenere? E lasciami diventare cenere. "Alza la testa". Con un movimento da marionetta la mia testa scatta in alto. Il buio e la confusione in testa offuscano la vista, in più la ventola di uno sbocco dell'aria emette vampate di calore che lambiscono le orecchie e la bocca, inaridendomi la gola sempre più. "Guarda". D'un tratto, il buio si dirada. I mattoni vengono sostituiti dal nulla, il cemento da una sottile patina bianca opaca. Non distinguo più il mio corpo come tale, ma solo come estensione di quel candore. Muoio, finalmente. "Guarda". I miei occhi si muovono automaticamente, e subito i fumi della droga svaniscono. Il mondo si irrigidisce, il candore si tramuta in materia nero pece che si modella, lambendo i miei piedi, le mie mani. Alzo ancora gli occhi, e un terrore puro attraversa tutto il mondo, tutto lo spazio conosciuto e sconosciuto, tutte le galassie e i cosmi. "Guarda".
Let's make some music make some money find some models for wives. I'll move to Paris, shoot some heroin and fuck with the stars. You man the island and the cocaine and the elegant cars. This is our decision to live fast and die young. We've got the vision, now let's have some fun. l'art pour l'art
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martedì 25 giugno 2013
sabato 22 giugno 2013
Exploding Plastic Torino. Inevitable.
Intro
Fissavo quella lattina di Red Bull dalle 3 di notte. L'alba si avvicinava anche se lo smog torinese sembrava porle un sottile velo in modo tale da nasconderla ancora un po' agli ignari lavoratori. Alla dodicesima Red Bull avevo deciso che la tredicesima l'avrei osservata, tentando di rimanere immobile. Controllare gli spasmi della caffeina e fissare come trascinato da un obbiettivo non specificato verso quel logo, progettato da chissà quale studio in Austria. Avrei dovuto cominciare a studiare per quell'esame diverse settimane fa, ma si sa, quando comincia a capire che la scuola non fa per te dovresti trovarti un lavoro, un'occupazione, un mezzo per cominciare il grande salto verso la vita vera. O almeno così ho sempre pensato io, finché verso il 13 anni credo ho capito che sarei stato all'infinito un mantenuto. Non per un motivo particolare, non per cattiveria verso i miei genitori, neanche per mancanza di capacità (c'è addirittura chi pensa che io sia un genio). Credo che questa conclusione mi sia giunta tra le mani quando ho capito che lo stadio del bambino dell'egocentrismo assoluto studiato da Freud nel mio caso non sia mai cambiato. Al centro ci sono, c'è la mia vita, i miei impulsi sessuali e i miei impulsi emozionali. Nient'altro. Semplicemente questo.
E oggi ho deciso che non dormirò. Mi sono alzato come tutte le mattina, ho saltato le lezioni dell'università di psicologia alla quale sono iscritto da un anno, ho acceso una sigaretta, ho fatto due tiri e senza alcun motivo ho indossato un paio di jeans stretti pagati due soldi da H&M, una maglietta scollata e sono corso al primo supermercato e ho comprato tre confezioni da 6 di Red Bull. Quindi mi sono chiuso nel mio bilocale e ho cominciato a bere. Ogni tanto rollavo una canna, mettevo poco fumo, chiudevo facevo qualche tiro e aprivo una nuova lattina. Così per tutto il giorno. Non perdevo mai il controllo, quindi sono sceso di sotto ho prelevato 200 euro più o meno quanto mi rimaneva sul conto, sono andato da uno spacciatore ho comprato la coca, sono tornato al bilocale e ho sniffato. Silenzio, continuava ad essere silenzioso.
Ho ricominciato a bere, ma ho corretto il contenuto di quelle lattina Blu argento con dell'Absolut Vodka tenuto li per qualche eventuale party. Niente da fare il silenzio non cambiava di una virgola.
Ad un certo punto, credo di aver pregato per la prima volta, seriamente, nella mia vita. Ma non ho pregato un padre nostro o un ave Maria, no ho pregato in silenzio, fissando quella lattina e non credo di aver pregato nessun Dio che non fosse me stesso.
In un pieno stato di egocentrismo alterato ho fissato quella lattina a lungo, per ore ininterrotte. E pregavo, pregavo allo sfinimento di non essere immobile. Pregavo di uscire da quel luogo, di andare a scopare, di andare a picchiare qualcuno, di andare a devastarmi di droghe al primo party che avrei trovato, di andare dai miei genitori e di dire loro in lacrime che nessun esame di cui avevo parlato loro era stato svolto, di andare fuori dai miei amici e dire loro che erano mesi che non sentivo più nulla.
Invece sono rimasto li. Seduto a gambe incrociate ad osservare quella lattina immobile come un trofeo. La vedevo come uno specchio che rifletteva ai miei occhi il mio corpo, un totem nel quale riversare le miei preghiere nella speranza di trovare l'emozione forte, il picco, per poter fuggire da quella mia paralisi.
Ma nonostante ore di preghiere ininterrotte il mio nichilismo emozionale non si era scostato di un centimetro, anzi si era rafforzato; Avevo volontariamente esposto il mio corpo al massimo rischio alla ricerca della paura estrema, volevo che il mio cuore esplodesse dall'adrenalina. Invece il mio cuore era rimasto costante, costante come le emozioni che il mio cervello stritolava tra le sue possenti mani. Le stritolava ad una ad una senza fare distinzione: Amore, odio, rabbia, tenerezza, dolcezza, tristezza..ogni cosa era grigia, incolore per eccellenza e nonostante i miei occhi, il mio sorriso e il mio corpo materiale si ostinassero nella loro plasticità a dire il contrario, io sapevo dal mio cuore che la verità, l'unica e assoluta si racchiudeva nel mio essere grigio.
Così istintivamente colto da un raptus improvviso, mi alzai e andai dritto verso la finestra del sesto piano del mio palazzo e mi sedetti sul davanzale come un folle prima del suicidio. Osservavo l'altezza, una cosa che col tempo mi aveva spaventato sempre di più, ma anche questa volta la osservavo senza vibrare, senza sentire in me i brividi che salivano nel mio corpo, i brividi di paura ed eccitazione uniti come in una catena genetica e intenti a scalare vorticosamente il mio corpo. Poi, una scossa fortissima e improvvisa. Cado di schiena sul pavimento e rimango con le gambe sollevate a creare un angolo perfetto di 90 gradi con il mio corpo. Il dolore terribile della caduta mi aveva dato una scossa, ma niente a che fare con il brivido così intenso che aveva pervaso il mio corpo prima del mio tentativo di suicidio. Un brivido che avevo cercato così a lungo e così intensamente.
Quasi in estasi mi alzo e vado in bagno, prendo un bicchiere ci butto dentro un po' d'acqua e un'aspirina, riempo la vasca d'acqua calda e stacco una lametta dal mio rasoio, bevo il bicchiere d'acqua, mi immergo ancora vestito nella vasca e taglio, un taglio netto, dritto all'altezza del polso e poi chiudo gli occhi, con il sorriso. Il brivido mi aveva fatto esplodere.
domenica 9 giugno 2013
Riflessioni post sbornia
Il silenzio lontano avanza nel mio cuore . Sento un fervore di nubi aggirarsi nel mio inconscio. L'inconfondibile sensazione di solitudine mi pervade. Così solo e così perverso. Assurdo nelle sue infinite sfumature mi assopisco.
Sogni, sogni..insiemi terribili di paure e deliri interiori. L'elettronica di un corpo lasciata crollare nel suo marciume. Anoressia e risovolti, moda e desideri, amore e sesso, catrame e sudore.
Così bella, così irraggiungibile, vola nella mia mente ma non accanto a me.
Fiori, campi sconfinati di fiori di mille colori ecco cosa mi ricorda. Pace e paradiso, l'eden del mio Io. Ogni cosa è illuminata come un Mars negli spot, come il tuo viso al verde dei miei occhi.
venerdì 7 giugno 2013
Hardcore Gangsta Shit
Il party smembrava il mondo reale dalle esplosioni di finzione che avvolgevano l'esterno di quel regno incantato che è la realtà. Keith reputava merda quella dubstep, per me era solo una sfumatura come tante altre.
Sprazzi di alternatività inondavano come uno tsunami quella piccola stanza della Torino bene.
Un ritorno senza luci mi attendeva. E poi c'era lei. Ballava ossessionata da Skrillex e dall'imitare la visione di Spring Breakers di pochi giorni prima. Leggera come una farfalla, bionda come Playboy, di un colore ricordava deserti lontani. Era la quinta essenza del sesso per tutti, figuriamoci per un adolescente diciannovenne in piena esplosione ormonale. Era un desiderio crescente di vorticose emozioni. Avrei voluto riempirla come un fiume in piena in tutti i suo...già avrei voluto è la definizione giusta..perché mentre lei si librava sulla pista impossessata dai Daft Punk d'annata io la osservavo con i miei rubini consumato dal Delirium di uno stramaledetto Negroni.
Una serata come le altre d'altronde. Elena era come un diamante grezzo, sanno tutti che vale milioni ma solo un'artista merita di renderlo un capolavoro di gioielleria.
Non potevo essere io quell'artista...per me era già un capolavoro, non potevo completarla, incapace anche solo di mostrare a me stesso il mio volto, come avrei potuto mostrarlo a lei?
L'erba e l'alcool avvolgevano la mia mente, liberando a casaccio ogni suo singolo elemento in un tornado di estrema intelligenza scandita da inesorabili turni al cesso per infinite pisciate.
Ogni volta che barcollavo in sua direzione una canna o anche un semplice ubriaco mi sembravano una deviazione più semplice. Poi..l'apice, la vedo troppo bella anche per la mia perversa immaginazione, mi avvicino e tento di sussurrarle all'orecchio quanto vorrei scoparla, ma all'improvviso un ritorno preciso di una pasta al sugo e ricotta imbocca la corsia preferenziale e si avvia a sorpassare tutti per lanciarsi in tempo record sulla pista da ballo.
Inerme e silenzioso osservo il vomito a pochi centimetri dalle sue gambe vellutate, lei mi guarda disgustata ma anche preoccupata e mi chiede se va tutto bene, è la mia occasione per il riscatto penso nella mia mente annebbiata, e sparo: " this is hardcore gangsta, shit!!" E le sbocco tutto, tutto addosso.
Come fiori in primavera ti guarderò fino alla fine dei miei giorni, perché per me non c'è arte maggiore di te, soave insieme di bellezze, culture e sfumature. Dalle mille pietre preziose dei miei occhi lancerò sentimenti nella speranza che ci sia anche solo un filamento del tuo essere che mi reputi degno del tuo sorriso.
Bitch.
lunedì 3 giugno 2013
Una storia sbagliata
Una storia sbagliata, chapter 1
Fin dai tempi remoti, il restare immerso nella gente non mi ha creato nessun problema. Io vivo senza essere degnato di uno sguardo, loro decidono che è meglio così. E forse lo è davvero. Civiltà antiche, civiltà mai scoperte. Le ho conosciute tutte. Eretici, pensatori falliti, traditori della patria, despoti. Li ho conosciuti tutti. Spesso, ancora oggi dove il concetto di corruzione è velato da un impeccabile strato di ipocrisia, i miei servigi aiutano a creare, anzi, creano, il caos. Il mio nutrimento, la mia fonte di vita è in fondo lo stesso fine per cui opero, quindi non posso dire che la mia vita sia troppo miserabile. Dopotutto, bisogna accontentarsi. Io sono colui che dall'alba dei tempi regola lo yin dello squallore, colui che riporta ciò che è sbagliato a un livello accettabile per gli umani. Come sono nato? Non lo so, ho osservato il buio per un tempo infinito, fino a quando il mare, la terra e le montagne mi si sono materializzate davanti. Come ho saputo la mia utilità nel mondo? Il fragile collo di un bambino spezzato dalle tue mani è una cosa che ti caratterizza per sempre. Ora però l'umanità non ha più bisogno di me, il problema è che non sono questi i piani del loro Dio.
Cammino a testa bassa nella folla, cappuccio sul capo e mani in tasca che si agitano nervosamente. Io sono L, abbreviativo di un nome che probabilmente non vi interessa. La mia vita è sempre stata caratterizzata da una monotonia asfissiante, ed è esattamente quello che voglio. O almeno, volevo. Studente con voti mediocri, risultati mediocri nel lavoro e nella vita. Il classico esempio di uomo medio. Svolto a destra nella prima via che incontro, un musicista ambulante intona con dita ispirate dal vino "La cavalcata delle Valchirie" di Wagner. Perché la gente è così felice? Non ne vedo il motivo. Noia, insuccessi, insoddisfazioni continue magari addolcite da una ragazza che di sicuro non è fedele. La musica, poi, rende tutto solamente più frivolo. Probabilmente fino a stamattina non la pensavo così, ma la vita è una fottuta roulette. Io però non ci volevo giocare, e ora vi spiegherò perchè...
Fin dai tempi remoti, il restare immerso nella gente non mi ha creato nessun problema. Io vivo senza essere degnato di uno sguardo, loro decidono che è meglio così. E forse lo è davvero. Civiltà antiche, civiltà mai scoperte. Le ho conosciute tutte. Eretici, pensatori falliti, traditori della patria, despoti. Li ho conosciuti tutti. Spesso, ancora oggi dove il concetto di corruzione è velato da un impeccabile strato di ipocrisia, i miei servigi aiutano a creare, anzi, creano, il caos. Il mio nutrimento, la mia fonte di vita è in fondo lo stesso fine per cui opero, quindi non posso dire che la mia vita sia troppo miserabile. Dopotutto, bisogna accontentarsi. Io sono colui che dall'alba dei tempi regola lo yin dello squallore, colui che riporta ciò che è sbagliato a un livello accettabile per gli umani. Come sono nato? Non lo so, ho osservato il buio per un tempo infinito, fino a quando il mare, la terra e le montagne mi si sono materializzate davanti. Come ho saputo la mia utilità nel mondo? Il fragile collo di un bambino spezzato dalle tue mani è una cosa che ti caratterizza per sempre. Ora però l'umanità non ha più bisogno di me, il problema è che non sono questi i piani del loro Dio.
Cammino a testa bassa nella folla, cappuccio sul capo e mani in tasca che si agitano nervosamente. Io sono L, abbreviativo di un nome che probabilmente non vi interessa. La mia vita è sempre stata caratterizzata da una monotonia asfissiante, ed è esattamente quello che voglio. O almeno, volevo. Studente con voti mediocri, risultati mediocri nel lavoro e nella vita. Il classico esempio di uomo medio. Svolto a destra nella prima via che incontro, un musicista ambulante intona con dita ispirate dal vino "La cavalcata delle Valchirie" di Wagner. Perché la gente è così felice? Non ne vedo il motivo. Noia, insuccessi, insoddisfazioni continue magari addolcite da una ragazza che di sicuro non è fedele. La musica, poi, rende tutto solamente più frivolo. Probabilmente fino a stamattina non la pensavo così, ma la vita è una fottuta roulette. Io però non ci volevo giocare, e ora vi spiegherò perchè...
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