//

//

martedì 12 agosto 2014

After midnight, for freak and humans

Spensierato cammini, attraversi quella lingua di cemento con passo leggero e spedito, il sorriso stampato in faccia, gli occhi sognanti rivolti al cielo e alle stelle, il pensiero andante e volatile che varia ogni secondo e ti rasserena.
Distratto dall'alcool e ammorbidito dall'erba vaghi per le tue strade silenti, con poca cura per lo scricchiolio delle assi di compensato del tetto sopra la tua testa; il rumore della tua mente copre qualsiasi cosa.
Sorridendo, sorridendo sempre, umetti le labbra carnose con la lingua umida e lunga, assaporando l'aria fredda sul muscolo nudo.
Percepisci l'odore di sudore, di sesso, di passione che trasuda dai quartieri della città che calchi; sapere che qualcuno di vivo c'è ti inebria, ti agita, i tuoi occhi si muovono felini da parte a parte, i tuoi muscoli scattano come molle ad ogni passo che percorri.
Vieni distratto. Un urlo. Una donna, forse. Alzi la testa, stabilizzi gli occhi, ruoti il corpo in direzione del suono. Ti blocchi.
Sorridi. Le tue labbra tendono all'esterno, la tua sete tende i muscoli del collo e della faccia.
Il tuo viso è una composizione innaturale, la tua bocca piegata in un sorriso che tradisce immancabilmente l'espressione cruda, tagliente, efferata dei tuoi occhi.
Stringi con più forza il manico, e ti dirigi con passo lento e barcollante per il viale alberato che ha partorito il grido di paura.
Senti passi pesanti in lontananza che via a via si avvicinano, aumenti la frequenza della camminata, il tuo corpo assume pose più eleganti, piú forti, più assassine mano a mano che ti avvicini al corpo caldo e ancora pieno di vita.
Hai solo più il tempo di indossare la tua faccia, la tua vera faccia, quella con cui ti senti di appartenere al mondo. La faccia che ti ha reso qualcuno per la prima volta nella tua miserabile vita. La faccia di 5 persone, forse sei.
Scorgi la donna, è seminuda e corre scomposta sulla strada, gridando e turbinando le braccia nel tentativo di scacciare qualcosa che non c'è.
Osservi il machete, l'unica cosa esistente di cui ti fidi.
Ti specchi sul dorso della lama, letale e scintillante. La maschera indosso ti rende sublime, ti senti talmente a tuo agio che ti presenteresti in banca con la maschera, al commissariato o in municipio con la maschera, da tua moglie o dai tuoi figli morti con la maschera, perchè la maschera sei tu e nient'altro che tu e solo tu.
La figura femminile ti scorge e in un attimo cambia direzione, gemendo frasi di non chiara articolazione.
Arrivata a pochi metri da te si getta per terra, esausta, china la testa, congiunge le mani in una sorta di simbolo di preghiera e scoppia a piangere, un pianto assoluto e imperante, prova della vera paura.
Sotto la maschera che puzza di formaldeide senti la fronte imperlata dal sudore, la bocca sempre più tirata, i denti che digrignano e sbattono e mordono l'aria silenziosamente.
Nella mano sinistra stringi il machete con tanta forza da farti sbiancare le nocche, mentre con l'altra accarezzi il filo della lama, un movimento lento e sensuale, il coltello come parte stessa del tuo corpo, estensione del tuo volere e del tuo scopo.
Inclini la testa, come quel film che hai visto dove lo psicopatico prima di colpire inclina la testa, e ridi sguaiatamente, come tutti i bambini della tua scuola quando passavi per il cortile, solo e deforme.
La donna alza la testa e prima che possa emettere un gemito le trapassi l'occhio, infilando il machete nel bulbo oculare della donna finchè la punta della lama non scalfisce la calotta cranica. Solo allora estrai la lama. Osservi il corpo privo di vita rovinare al suolo, e ancora una volta quel vuoto che non sai spiegare ti assale. Pervade il tuo stomaco e la tua gola, uccidendo la tua serenitá, fomentando la tua furia cieca.
Infili la mano a memoria nella tasca interna della tua giacca e tiri fuori la fiaschetta. I tuoi cicchetti sono i più forti, ma son sempre solo i tuoi. Sei sempre solo.
Rovesci con ancor più rabbia il contenuto della fiasca sulla donna e poi ti siedi, sopra la sua spina dorsale.
Osservi il corpo senza vita ma non ti trasmette piú nulla, se non il vuoto opprimente; volti affranto la testa, come un anziano ormai prossimo alla dipartita, e chini la testa, stanco.
Dopotutto è finita, e sai che fra poco potrai riposare per sempre.
Prendi la scatola dei fiammiferi che hai sempre portato con te, come se fossi stato consapevole di questo momento da sempre, e ne estrai un fiammifero. La capocchia zolfata rosa scintilla alla luce del lampione.
Con un colpo rapido lo accendi, e lo osservi.
Passano minuti, ore, anni, secoli, e rimani ad osservare il fiammifero che brucia, mentre siedi su un cadavere, indossando una maschera di pelle umana, nella mano mancina un machete, nella destra il peso di decine di omicidi.
Lasci il fiammifero cadere sull'alcool etilico che bagna gran parte del corpo della donna, mentre in testa un'orchestra di zampogne e violini ti fa viaggiare nella serenità, mentre alte lingue di fuoco lambiscono la tua pelle che si stringe e si strappa e si tira, in un'esplosione di dolore che neanche te puoi sopportare.
E mentre la pelle si strappa dal tuo viso e diffonde nell'aria un puzzo dolciastro di carne bruciata, pieghi le labbra in un ultimo sorriso, conscio del fatto che la tua memoria sará una maschera putrefatta e un vecchio machete.
Maschera putrefatta e vecchio machete.
Maschera putrefatta e vecchio machete.
E nient'altro.
Ti penti, ti penti e piangi, ma ai mostri non sono concesse lacrime, che bruciano come seta nel fuoco.
Altri hanno lacrimato sangue per te, lo sai, e la tua punizione è ora piangere un pianto bruciato, secco, senza lacrime.
Non ti rimane più nulla, neanche la disperazione.
Solo maschera putrefatta e vecchio machete.