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domenica 1 giugno 2014

Outlast

Era un pomeriggio piovoso di ottobre, Ernie lo ricordava bene. Passeggiava nel parco vuoto con passo lento, ascoltando il rumore viscido del fango schiacciato sotto le suole bucate delle sue Converse, con il calzino ormai zuppo. In realtà, pensava, non era mai stato asciutto. Cioè, un tempo si, un tempo era anche stato bene, ma era un ricordo lontano e lentamente lo stava dimenticando. Ora il calzino era zuppo e per lui quel calzino era diventatae un'ossessione. Il piede intirizzito dall'acqua doleva e prudeva e pulsava ogni passo, e spesso perdeva completamente la sensibilità per parecchie ore. Ma ogni volta che il pensiero di togliere la scarpa gli balenava in mente, un nodo gli stringeva la gola e i brividi gli irrigidivano i muscoli, paralizzandolo. Era terrorizzato, terrorizzato all'idea di guardare sotto il calzino marcio. Sarebbe svenuto, lo sapeva. Ma intanto il piede doleva prudeva e pulsava, stava in silenzio solo quando addormentato o zittito da Alcol. Il caro, vecchio Alcol.
Ernie ne era spaventato a dodici anni, a sedici l'aveva conosciuto, a diciotto avevano instaurato un solido rapporto e dai venti in su era stato un amore duraturo, fatto di alti e di bassi, successi e delusoni. Bassi e delusioni ovviamente prevalevano, ma almeno si era divertito, quando non si era rotto il naso o quando non l'avevano l'arrestato. Alcol era per Ernie come la calendula per l'omeopata. Adatto a tutto. Antidolorifico, antistress, antidepressivo, antitristezza, anticonsapevolezza, antifallimento. Antipassato. Un amico, un consolatore attento. Peccato che fosse solo un palliativo. I mostri del passato erano appollaiati sulla spalla di Ernie costantemente, pronti a stringere la mente lucida e indifesa dell'uomo con le pinze dell'angoscia.
Ernie sapeva che era giusto così. La mamma glielo diceva sempre, con voce gracchiante: 'raccogli ció che semini Ernie, ciò che semini'. E lui aveva seminato poco e male e quando si era trattato di raccogliere l'ennesima birra lo aveva trattenuto al bancone del bar. Il bar. Il suo splendido bar. Se lo ricordava ancora.. un lungo bancone di mogano liscio, quattro bocche spillabirra placcate in finto oro, una parete a specchio ricoperta di mensole e bottiglie pregiate, il povero ma dignitoso linoleum, qualche tavolino traballante qua e la e qualche consumatore ugualmente traballante lá e qua, Jenny, il registratore di cassa vecchio quanto la morte... L'immagine gli fulminó il pensiero. Ernie si bloccò. Le gocce di pioggia picchiettavano sulla giacca a vento consunta, formando un ritmo orecchiabile, melodioso. Aveva pensato a qualcosa che la sua testa non era piú abituata a rievocare. Jenny. Da quanto tempo non pronunciava quel nome? Jenny... Intanto il piede doleva e prudeva e pulsava, ed Ernie rimise in moto a fatica la decrepita macchina organica che lo muoveva, con Jenny che gli parlava in testa e gli raccontava del suo nuovo marito di come la tratta bene della casa al mare che Ernie non le aveva mai comprato della macchina tutta per lei delle cene con il governatore e l'ad di quell'importante azienda e la casa, oh la casa, vedessi che casa..
La casa... Erano secoli forse che non si sentiva a casa. Si ricordava com'era la sensazione, calda, affettuosa, sicura, ma il caldo, l'affetto e la sicurezza non erano piú suoi problemi se c'era Alcol. Alcol aveva sopperito alla mancanza di Jenny con incredibile solerzia, accudendo Ernie ogni giorno della sua vita, seguendolo in quasi ogni azione, misfatta e depressione, e guadagnando un posto di spicco nel suo cuore e nella sua di certo corta lista degli interessi.
Purtroppo da lì non se ne sarebbe più andato, Alcol, ed Ernie lo sapeva bene. Era il prezzo. Il prezzo di Alcol non tardava mai ad arrivare e spesso arrivava una volta sola, l'ultima. Ernie lo sapeva bene. Ma quanti conti avrebbe dovuto pagare ancora? Quanti scontrini la vita gli avrebbe ancora presentato? Aveva sofferto. Aveva patito freddo, fame e sete. Aveva sopportato silenzioso e mesto le umiliazioni di branchi di ragazzini e lo sguardo di disgusto degli adulti. Aveva sorriso e ringraziato forzatamente tante persone, altre le aveva implorate e con altre si era insultato. Merda ne aveva mangiata e alla merda tornava sempre il suo pensiero. Ma oggi Ernie era stanco. Non aveva più voglia di pensare merda. Quel giorno Ernie voleva solo addormentarsi. Infatti il parco era il suo condominio, la panchina sotto l'albero un po' a riparo dalla pioggia il suo appartamento, tutto il mondo il suo paese, ed era li per dormire. Un'ora, un giorno, per sempre non gli importava. Non gli importava neanche la comodità. Voleva solo morire

Mentre Bill giocava con la sua barchetta di carta paraffinata, un uomo si era avvicinato lentamente alla panchina, incurante della pioggia e delle condizioni della strada, e si era fermato lì davanti a fissarla per almeno dieci minuti, o almeno era il tempo che sembrava fosse passato a Bill. Quello che aveva visto dopo era uno dei segni più indelebili della sua infanzia e a distanza di anni Bill avrebbe ricordato perfettamente ogni singolo particolare.
L'uomo si era voltato a guardarlo, e Bill era rimasto sorpreso del suo aspetto, chiaramente sudicio. L'aveva osservato, occhi grandi e tristi, gli aveva sorriso, Bill aveva ricambiato e poi l'uomo lentamente si era sdraiato sulla panchina, stringendosi in posizione fetale e stringendo tra le mani un qualcosa di vetro in un sacchetto di carta. A casa, Bill giuró poi di averlo sentito singhiozzare, parlandone con la mamma.
Bill ebbe paura, da quel giorno. Bill non fu piú solo un semplice bambino, da quel giorno.
Perchè quel giorno piovoso di ottobre  Bill, inconsapevole, aveva sorriso alla tristezza. 

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