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domenica 27 ottobre 2013

Perfezione. Intro.

Non era difficile pensare che dentro di me si stava sviluppando un senso di colpa quasi infantile nell'osservare senza sentimento l'acqua che sgorgava di fronte a me. Vedevo quell'insieme di molecole come un qualcosa di incomprensibile, nonostante il suo immenso potere, la sua importanza vitale; Non riuscivo a scorgere sentimento, ma alzando lo sguardo verso il vetro liscio, potevo vedere me stesso riflesso, e ciò era realmente importante. Vedevo lineamenti, costruzione plastica, equilibrio, simmetria naturale. Unica espressione della perfezione maniacale delle forme. Grasso inesistente, muscoli scolpiti proprio come Michelangelo li aveva immaginati mentre utilizzava tutto se stesso per comporre il proprio sogno di perfezione. Peli scomparsi, per dare al fisico la massima espressione artistica, la muscolatura come anatomia ultima di un risultato da ricercare senza omettere il minimo particolare. 
Ad ogni contrazione, anche flebile, si poteva osservare come il disegno era solo una proiezione tridimensionale dell'equilibrio naturale. Una ricerca focalizzata nell'avvicinarsi al pensiero naturale, unica via per ritrovare la perfezione, mia unica ossessione sin quasi dal momento in cui il pensiero aveva raggiunto per le prime volte la logica del ragionamento. 
Vivere in un ambiente saturo del Dio denaro porta la mente a scoprire i lati più nascosti, a porsi le domande più incomprensibili, ma anche a volgere il proprio operato verso un'unica direzione, quella della ricerca. Ricerca come volontà di scoprire. 
E ho scoperto nel mio breve viaggio, che la vita non è altro che un entità al quale possiamo dare connessioni infinite ma che ci porteranno sempre all'arte. L'estetica massima del pensiero e saper esprimere attraverso se stessi le forme più pure d'arte. L'arte non è altro che natura poiché la natura è perfezione massima, il cui unico equilibrio è rotto dalla nostra invadente presenza. 
L'osservare la bellezza di un quadro  non è altro che la ricerca della comprensione della perfezione che ha ricercato l'artista. L'artista non fa altro che ricercare di perfezionare ciò che con il suo sguardo è già perfezione, ma il vero genio, non è colui che perfeziona ciò che vede. Ma colui che riproduce fedelmente ciò che la propria mente ha saputo codificare. Ovvero riprodurre se stesso. 
Ed è per questo che ho passato la mia esistenza alla ricerca spasmodica di perfezionare me stesso. Poiché che credo che non ci sia arte più grande che noi stessi. E perché penso che l'arte sia l'unico riflesso che ci permette di comprendere il mistero della vita. E se il significato della vita è la vita, l'arte è la punta massima di questo significato. 

Molto spesso svegliarsi con il piglio sbagliato porta la mente a conclusioni migliori delle giornate migliori. 
Dopo la sessione mattutina di addominali e la corsa avevo preparato la colazione e mi ero fatto una doccia. Dopo essermi avvolto in un morbido asciugamano  Ralp Lauren, avevo maturato la riflessione, mentre mi osservavo allo specchio, che tutto era nato dallo sgorgare incessante dall'acqua del mio rubinetto. L'avevo osservata così a lungo, che per un breve tratto, avevo quasi creduto di vedere il mio riflesso sulla superficie del flusso, incapace di rimanere immobile. Poi avevo ripreso coscienza di me stesso allo scoccare delle 9, momento in cui il mio iPhone 5s Bianco aveva cominciato a strimpellare 212 di Azealia Banks, la mia suoneria e mi aveva fatto intende che uno dei ragazzi a me cari voleva mettersi in contatto con me. 
Era Fil, Filippo Mattura, rampollo dei mattura, costruttori milanesi amici della mia famiglia da molti anni. Naturalmente non avevo risposto, sarebbe stata una futile discussione che non avrebbe fatto altro che farmi apprezzare oltremodo l'acqua che sgorgava ormai da quasi 20 minuti di fronte a me.
 Con lui avevo frequentato il mio corso di laurea alla Bocconi, luogo dove avevo compreso l'inutilità dell'economia, che pur rimanendo il campo in cui avevo espanso le mie conoscenze scolastiche, mi aveva deluso profondamente. 
Molte persone rimanevano sconvolte nel sapere che il mio quoziente intellettivo era di 190. Non riuscivano a concepire che una persona potesse essere una delle più intelligenti del pianeta, secondo i canoni della classificazione d'intelligenza, e al contempo figlia di una delle famiglie più ricche del mondo. Trovavo tutto ciò disgustoso, poiché non faceva altro che mostrare quanto la società fosse priva di apertura mentale e quanto la gravità non attirasse più verso la terra ma verso un solo Dio, quello del denaro. Il Dio denaro era la loro unica via, e seppur per molto tempo era stato anche una mia guida, avevo da anni compreso l'inutilità del voler a tutti costi primeggiare grazie ad una concezione umana così vuota e priva di fondamento. 
Ormai mi dedicavo a curare me stesso oltre ogni limite, perfezionando all'inverosimile il mio corpo e coccolando la mia mente attraverso profonde riflessioni che scaturivano quasi sempre in interminabili osservazioni di opere e costruzioni di menti che reputavo assai più argute della mia nonostante un evidente scalino numerico che la società poneva tra me e loro.
Il far parte del gruppo Mensa, non aveva portato mai nessuno a superare Leonardo da Vinci, e probabilmente, lo stesso Leonardo difficilmente avrebbe compilato il test nella mia stessa maniera .o al mio stesso livello, ma sono sicuro al cento per cento che la sua mente era talmente focalizzata sulla ricerca della perfezione che, già allora era stata ad un passo dal trovare il vero punto focale della perfezione naturale.  
Proprio ieri avevo saputo della morte di Anthony Caro, notizia che mi avrebbe dovuto far saltare di gioia se fossi stato un umano dalla mente classica, possedendo io nella mia collezione privata, diverse opere dello scultore. La notizia invece mi aveva inondato di tristezza e nemmeno mandando Keith, il mio assistente personale, a comprare tutte le opere disponibili nella galleria di Larry Gagosian ero riuscito a calmare la mia disperazione interiore. 
Come poteva il mondo rimanere impassibile di fronte all'ennesima perdita di un così grande interprete della perfezione plastica? Una definizione che avevo dato a tutti coloro che attraverso la loro mente reinterpretavano la natura in un modo quasi di contrasto ma in perfetto equilibrio con lo stile minimale dell'uomo moderno. Unico appoggio futurista capace di non intaccare la perfetta convivenza tra paesaggio e abitazione. 
Per scappare da tutto ciò mi ero rinchiuso come ero solito fare da molto tempo a questa parte nel mio appartamento più costoso. Il loft di proprietà della mia famiglia nella Clock Tower di New York, dove allo stile minimale avevo sommato una quantità esorbitante di opere. 
" Monsieur Baranowski " di Amadeo Modigliani, " Diego en chemise  Ecossaise" di Alberto Giacometti, "Le Peintre et son modèle dans un paysage" di Pablo Picasso, "Claude et Paloma" sempre di Picasso,"L'ile aux orties" di Claude Monet, "Le Rappel" di Marc Chagall. Solo per citarne alcuni. Opere che riuscivano a farmi dimenticare ogni cosa. E quasi in estasi in preda ad un orgasmo della mente, sensazione che si disoccia in ogni modo dall'orgasmo sessuale, cominciavo a osservarli uno ad uno alla ricerca della strada, per portare il mio corpo a quel livello di perfezione, una perfezione che doveva racchiuderli tutti quelli stili. 
Questa ragnatela di emozioni come i sogni più belli non poteva che essere interrotta nuovamente dalla mia suoneria. Helena la mia ragazza secondo i giornali di gossip, aveva profonde riflessioni da condividere con me. 
Perché un uomo colto sta con una modella di Victoria's Secret? Perché il suo sguardo non è mai sazio di perfezione. 



domenica 15 settembre 2013

Are you okay? No, I'm a fucking Serial Killer. Bitch.

Mi trovi sadico? Sai, scommetto che adesso potrei friggerti un uovo in testa, se solo volessi. Sai bimba, mi piace pensare che tu sia abbastanza lucida persino ora da sapere che non c'è nulla di sadico nelle mie azioni. Forse nei confronti di tutti quegli altri, quei buffoni, ma non con te. No, bimba, in questo momento sono proprio io, all'apice del mio masochismo.


Noi serial killer siamo i vostri figli, i vostri mariti, siamo ovunque.

Lo osservavo. Seduto li a guardarmi con il suo sguardo colmo, zeppo di paura. Ogni sua vibrazione di apparente terrore mi veniva trasmessa come in un passaggio spirituale. Lui sapeva, conosceva come me la risposta. Anche se non poteva guardarmi per via della maschera, scorgeva nei miei occhi la sete. Una sete incontrollabile, una sete che solo persone come lui potevano colmare. 

"Ora immagina la natura, immagina il ciclo vitale della terra, immaginalo senza la nostra ingombrante presenza. Animali che mangiano altri animali, alberi che crescono incontrastati, pesci che nuotano, squali che nuotano. Stelle che brillano, sciacalli che ripuliscono. Vento puro e limpido che soffia portandosi via gli odori delle prede appena uccise. Poi arriviamo noi, il bug del mondo. Ci evolviamo, cresciamo e risucchiamo come un neonato dalla tetta, frenetici, quasi possessivi, ogni cosa. Vogliamo espanderci, vogliamo crescere, vogliamo vivere. Noi ci autoproclamiamo come più intelligenti. Calcoliamo con stupidi calcoli la nostra intelligenza. Pensiamo di sapere ogni cosa, ma siamo solo coperti. Ora tu, virus del mondo quanto me, ti starai chiedendo perché ti ho legato a questa sedia, ti ho tappato gli orifizi con del comodissimo scotch e ti ho messo ad osservarmi. Perché io uccido le persone. Io le torturo, oppure le mangio, le strazio. E lo sai perché ? Perché sono maledettamente curioso. Non sono stato violentato da bambino, non ho avuto rapporti conflittuali con i miei genitori e non ho subito percosse da bambini più grandi di me. Sono solo sadico e curioso al punto giusto. E tu penserai dall'alto della tua intelligenza umana che io sia un folle, ma come può un amministratore delegato con un quoziente intellettivo di 160 essere un folle? Come può un essere così spregevole avere uffici a Los Angeles, New York e Miami?.
Può, può benissimo perché noi siamo come un virus che tende a distruggere ogni cosa, quindi non sentiamo il pericolo di distruzione che si avvicina. Non proverò piacere nel tagliarti la gola e nemmeno nel vederti sopire, proverò solo curiosità. Buon sogno."
Presi un enorme coltello da cucina, mi misi dietro di lui sostenendo il suo mento con la mano destra e feci un taglio netto. Con mia enorme delusione, capi che la cosa non mi aveva portato a nessuna conclusione nuova e buttai questo scarto nel mio pozzo degli scarti, un profondo pozzo che avevo fatto installare nella mia villa di Malibù. Un pozzo dove buttavo i reietti come lui, persone capaci solo di intasare la terra così in vita così come morti. Ed è li che mi ritornavano a mente le parole di Nietzsche: "Quelli che ballavano erano visti come pazzi da coloro che non conoscevano la musica". Stupidi. 

sabato 14 settembre 2013

Live two days a life.

Spendere il proprio tempo guardando fuori da un oblò, disinteressandosi di tutto e tutti, attendendo giorni migliori. Vivere i propri desideri in bianco e nero, sognando sempre il bianco, arrivando solo al nero. Impegnare la propria vita in questioni superiori, sbattere la testa ancora e ancora per poi struggersi nel dolce mare del fallimento. Nutrirsi di ricordi e consumarli fino a cambiarli. Perdersi di vista e ritrovarsi, e considerare quanto sia difficile riuscire ad emergere. Infine sparire, per sempre.
Svegliarsi poi in una stanza candida, letto morbido, ampia finestra volta nel verde intenso. Provare per un momento una gioia infinita, ricadere immediatamente nell'insoddisfazione, sprofondare nel cuscino e piangere. Piangere tutte le lacrime che fino ad ora si erano trattenute, nell'illusione del successo. Abbracciare la fine, per ricacciarla prepotentemente nel baratro. Alzarsi, aprire la finestra e iniziare a volare. Passare oltre a incommensurabili montagne, osservare gli enormi deserti e comprendere il sublime. Essere presente a dimostrazioni di umanità, e vedere un'insperata luce alla fine del tunnel. Fermarsi al centro del mondo e contemplare. Contemplare fino a che tutto non è conosciuto, tutto non è più nascosto al talento. Rialzarsi, e dare una svolta alla propria vita. 
Diventare qualcuno. Avere potere, su burattini e burattinai. Essere consapevole che qualcuno dipende in tutto e per tutto da te, e goderne. Spargere il proprio genoma incontrollatamente, senza preoccupazione alcuna. Dimenticare i ricordi che ci hanno nutrito, e dimenticare quello che si era. Vivere la propria rinascita con un sorriso beffardo, e vendicarsi. Lasciare altri guardare fuori da un oblò e desiderare il peggio per essi. Infine salvarli, salvarsi, timorati di dio, e assicurarsi un posto tranquillo dopo tutto questo. O almeno sperarci. Vivere la propria seconda vita da capo e dipendente, capo di una massa, dipendente di una filigrana. O di qualcosa di più chimico. Prendere come esempio i vecchi re e i propri maestri, per poi berne il sangue fino a esserne sazi. Riprendere la loro malvagità come se fosse potenza, aumentare la loro avidità come se fosse ambizione. Ascoltare divertito i timorosi ossequi e le suppliche come se fossero zanzare, e spedirli tutti in una prigione dorata. Vivere in funzione di un nome nei libri di storia.
Infine venir scalzato, e tornare con velocità disarmante a quello che si era. Non provare più nulla, dormendo ad occhi aperti un sonno di nullità. Nutrirsi, ma ora di rimorsi attanaglianti, e scivolare sempre di più in un limbo di vacuità. 
Scoprire che purtroppo più giù non si può andare, e ridere, ridere ossessivamente. Tossire, soffrire dei propri anni e infine sdraiarsi su quel letto candido, piangendo ancora. 
Piangere, senza però aver la forza di rialzarsi. Accettare la propria condizione, senza difficoltà.
E poi morire, con la consapevolezza del profondo fallimento di Dio. 



Sorry mum, sorry dad, i thought i was someone else, someone good.  

lunedì 2 settembre 2013

Bianco

Come uno spettatore senza passione osservo il mio corpo degenerare. Scandisco suono dopo suono. Respiro. Comincio a seguire il ritmo. Lo seguo con enfasi. Esplodo di soddisfazione al contatto uditivo con i bassi. Sono come avvolto e forse per la prima volta capisco. Dimentico. Bevo, bevo ancora. Fumo, fumo ancora. Let's Snort. Ricompongo il mio puzzle mentale. Perfeziono. Disegno, in preda all'enfasi, costellazioni infinite nella mia mente. Mi trascino e mi scompongo. Guardo Torino. Mi perdo. Le percezioni visive si fanno offuscate. Soffro e analizzo il dolore. Otto battiti, sì sono otto battiti. Pompa, pompa sangue come se non ci fosse un domani. Ricomincio a respirare il mio limite è dietro di me come un ostacolo che ho appena scavalcato. Sono sconvolto e soddisfatto allo stesso tempo. Ricomincio a vagare, ondeggio, bevo, rido, scherzo. Assaporo il mondo così com'è, abbandono l'edonismo e mi immergo nel nichilismo. Mi trasporta come un fiume in piena verso quel nero dove qualche nota ripetuta sa cancellare ogni silenzio, ogni ricordo ogni paura. Corro, fumo, bevo, rido, scherzo. Ma non metto smetto mai di osservare. Mi sdraio. E capisco che nulla è importante, quel limbo che tanto pensavo essere un punto debole mi accoglie come una villa dei sogni. Mi sento invincibile, invalicabile. Così debole e così forte. Impenetrabile. Hai mai ascoltato il silenzio? Parla più chiaro e più limpido di ogni parola. Pesa più di ogni insulto, di ogni rif, di ogni stacco, insomma è magia. E volo lontano con la mia mente in una spirale di genio e follia, sulle note inebrianti di un'assuefazione. 
Non vado a capo. Non metto le virgole ogni qual volta servono. Non metto i discorsi, ma sono sicuro che anche con il mio stile personale e poco elegante voi siate in grado di capire. E se non lo siete, leggete altro.
Ci sono giorni in cui avrei voluto capire. Altri dove non avrei fatto altro che osservare in attesa. Ora sono cambiato, ora voglio di più, solo di più. Voglio esplodere come una fontana dai mille colori di Barcellona o come una canzone dubstep. Ma poi non voglio essere ricomposto, voglio solo esplodere e folgorare il vostro sguardo. Bang!.


giovedì 22 agosto 2013

Ritorno

Sulla via del ritorno si scorge lo splendore della libertà. L'amore verso il territorio che svanisce venendo incontro al primo nuovo odore. L'amore per quel l'acqua che scorre leggera, verde, verso direzioni infinite. Ricerco risposte in quel viaggio che non troverò mai. Quando apro gli occhi mi posso scorgere bello specchio, scorgere il mio vero Io. Marcio, sudato, stanco e solo. Canzoni tristi fanno da sfondo a vortici di ricordi di emozioni passate, di esperienze e sogni che non rivedrò mai più. Eppure la sensazione piacevole del ritorno non è mai mancata, neppure questa volta dove la città degli eccessi europei è stata teatro dei miei eccessi, delle mie voglie, delle mie sensazioni. Solo attraverso il mio sguardo riflesso su quel vetro riesco a capire che quello che ho di fronte a me è una gigantesca opera d'arte, una tela che ad ogni check in concluso si riempe di nuovi colori, nuove idee, nuove menti geniali, fino a formare un gigantesco dipinto che nemmeno un dio dall'alto dei suoi poteri potrebbe ricreare. 
Forse sto trovando la felicità o forse sto solo ritrovando quel me stesso che ho perso tanti anni fa. The xx e gli Alt J si sfidano in un contorno di musica che pochi sanno ricreare. Un coro di voci di etnie indefinite culla i miei pensieri verso mete sconosciute. Corro, nei miei pensieri corro, trasportato dalle parole, dai viaggi altrui che non hanno prodotto altro che nuove emozioni, nuove vibrazioni che solo la musica sa dimostrare. 
Milano è sempre stata il fulcro del ritorno, il fulcro della ricerca del mio essere, dei miei sogni modaioli e dalle mie voglie infinite di ricchezza. Tutti hanno un prezzo, qual è il mio? Come risponderebbe Wall Street 2..di più.
Voglio di più da me stesso, di più da ciò che mi circonda, voglio assorbire e captare ogni singola particella di mondo che mi sta attorno, per tessere la mia tela, la mi scalata infinita, per poi un giorno guardare in cima, osservare l'opera e dirigere nell'assuefazione più completa quel l'orchestra di gioie. Guidare l'arcobaleno non è semplice se non ti sei fatto le ossa. 1..2..3..voglio silenzio, sto osservando, voglio cogliere, voglio rubare, voglio toccare ciò che mi sta di fronte; guidato come da un sentimento o meglio da un bisogno morboso di novità e di presente.
Un giorno potrò dire di aver capito la perfezione. Di aver capito che cosa e dove mancava qualcosa, che cosa non ci permetteva di toccare con mano qualcosa di perfetto, ma io non te lo farò toccare, nemmeno vedere, io te lo farò percepire. 
Sentirai perfezione nell'aria, nell'acqua, nel fuoco, nella terra e anche tra le gambe della tua ragazza, ops forse per te quella era già la perfezione, o caro, non l'hai scorta neanche con la punta della lingua.


mercoledì 21 agosto 2013

Una storia sbagliata, the end.

Avvolta nella sua larva di inconsistenza, la creatura osservava l'infinito impercettibilmente, quasi immersa in un sonno eterno. Lo sciabordio delle sabbie era diminuito, il lento flusso del tempo quasi estinto, come un fiume piagato dal sole più caldo. Il degrado dell'umanità aveva dunque raggiunto l'apice.
'Come doveva essere', pensò la creatura.
Tutte le statistiche lo avevano confermato. E lei, da buona statista qual era, l'aveva previsto molte ere prima.
Era stata stolta, in origine. Nell'illusione del suo potere, aveva dipinto con mano abile la sua dimensione. Aveva poi impresso in questo dipinto la forza del pensiero, vivacizzando all'estremo il riflesso del suo quadro già perfetto. E da lì il degrado era inesorabilmente partito. La tela aveva iniziato a sfaldarsi, un grigiore aveva attanagliato le sfumature più accese modellate dalla creatura. Così l'oppressione del rimorso, della colpevolezza l'aveva svilita fino nei più profondi baratri della sua incommensurabile coscienza.
Il tempo era giunto al termine. Infine, la sofferenza giungeva all'epilogo.
Con la consapevolezza del fallimento, l'essere chiamato Dio si apprestava a distruggere ciò che aveva creato.


Nella sua stanza bianca, L. osservava l'immensa distesa di cemento e ferro che formava un nuovo orizzonte frastagliato. Usurpatori, avvelenatori di un mondo che a loro non apparteneva. Il peggior ceppo virale che la natura avesse mai concepito. Ma che, come ogni virus, era destinato ad estinguersi. L. aveva vissuto una vita che non gli spettava, in un mondo che aveva sempre rifiutato. Le utopie le aveva lasciate al vento oramai tempo prima, ora vedeva davanti a se solo realtà e certezza. E putridume.
L. non era più semplicemente un uomo. Era l'antitesi dell'uomo, il vaccino più potente contro la malattia più devastante.
Nella sua stanza bianca, osservando l'immensa distesa di cemento e ferro che formava un nuovo orizzonte frastagliato, al chiaro di un unico raggio di luna, L. pensò a sua figlia, prima di premere per un'ultima volta il grilletto.


Da quel giorno, l'umanità decadde. In ogni essere umano presente sulla Terra sbocciò infine il seme della follia. L'uomo compì definitivamente la sua opera di autodistruzione. La popolazione mondiale venne investita da un'ondata di pazzia generale. La società così come era conosciuta cessò di esistere. Gli uomini continuarono per anni ad uccidere altri uomini, finchè non si annientarono fino all'estinzione totale. Il profondo segno che gli esseri umani avevano lasciato nel mondo fu testimoniato solo più da meste rovine di città vuote.
La Terra tornò in mano all'incoscienza animale, la purezza di spirito aleggiò per l'eternità nelle menti delle creature dominanti il mondo.
La natura, infine, tornò a essere burattinaia del suo macabro teatro.


Quando gli agenti raggiunsero la stanza 366 dell'Hope Asylum, riuscirono ad abbracciare la complessità della mente umana. Ai loro occhi si presentava uno spettacolo terrificante: il bagliore bianco candido del pavimento della stanza era disgustosamente imbrattato del materiale organico dell'uomo riverso a terra. Come i medici, l'FBI non si spiegava come fosse potuta accadere una tragedia simile. L'uomo era entrato in possesso di un'arma da fuoco e si ipotizzava che la sua condizione psichica l'avesse portato al suicidio. Scrittore fallito, l'uomo era andato in bancarotta, e la sua mente aveva ceduto. La sua carriera si era semplicemente dissolta, come si erano dissolte le vite di sua moglie e di sua figlia sotto le pallottole d'amore di un uomo impazzito. Per l'evidente criticità delle sue condizioni psichiche, l'uomo era stato isolato in un carcere psichiatrico e lasciato da solo ai suoi rimorsi e alle sue follie.
Il vero senso di terrore, però, gli agenti lo provarono solo alzando lo sguardo verso il soffitto. Sopra la loro testa, un intricato contorcersi di righe di grafite danzava, come se agitato da forza sconosciuta.


Sul soffitto della sua stanza bianca, prima di terminare la sua esistenza, Light Kane aveva scritto per un'ultima volta il finale di un libro. Il libro dell'umanità.


Homo homini lupus, semper.





martedì 20 agosto 2013

Lost in Amsterdam

Sparire nell'anormalità della notte, sfrecciando ad un ritmo dubstep per soddisfare le nostre voglie di party di festa di ricchezza di vanità. Mentre basso dopo basso ci sciogliamo come gelato al sole. Le nostre maschere di mondanità che si squagliano a fronte del nostro armand de Brignac. Solo oro davanti ai miei occhi mentre scorrono sfarzo e grossezza come ad una catena di distribuzione. 
Come un martello pneumatico sul mio cervello tutti quei suoni si infrangono alla ricerca della normalità per narcotizzarla. Verso l'infinito del movimento, la perfezione del momento. Scuoto, corro, volo, rotolo, scorro, mi infrango, alla ricerca dell'arcobaleno del privè. 
Osserva bene tutto quello che vedi, alberi, case, persone, animali, natura. Tutto si distruggerà trascinato dal vortice delle passioni che attanaglieranno il tuo corpo per le prossime vite. Sogni l'olimpo, finisci al bingo. 
Sono la risposta, sono la coca, l'anima della festa, il big della serata. Lascia spazio al vip, abbandonati alla succulenza del lusso, sono il re e tu vuoi il trono, e ora di giocare, in questo mondo c'è un solo Dio e quello sono io.