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giovedì 26 giugno 2014

Im usually happy, but..

Oppresso dalle aspettative. Bloccato dall'insicurezza.
Non riesco a muovere un passo, nonostante le mie gambe macinino chilometri su chilometri continuamente. Sento svanire il contatto con le persone, perdo l'orizzonte degli affetti, il mio antro è sempre più buio e personale. Recito ogni giorno della mia vita un copione imposto, tentando di compiacere i più nell'illusione di un ologramma di me stesso, progettato ad hoc per ingannare. Ma ingannare chi? Me lo chiedo sempre, e tuttavia non riesco a rispondermi.
Il costante ricambio di bene e male: il primo sembra dominare incontrastato, sembra regolare le nostre esistenze, mentre il secondo agisce da dietro le quinte, un abile stratega che colpisce e si nasconde nella mente umana, ove ha trovato il suo rifugio perfetto.
Non vorrei essere umano. Non vorrei essere. Spesso mi convinco che sia il nostro stesso pensiero ad essere il male, mentre tutto il resto sono solo correzioni di tiro che decidiamo per convenzione di chiamare bene.
Il sottile velo delle illusioni copre dolcemente tutto, sprigiona nell'aria un forte odore di dolciumi e sesso e fiori e natura e umanità, necessario a coprire il puzzo di morte e decomposizione che ci passa perennemente sotto al naso.
Perchè è ciò di cui ci nutriamo e ciò di cui viviamo, l'inganno.
E non è nient'altro che una stupida, conveniente illusione, il vostro bene.
Comunque io sono esattamente come voi, profumatamente subdolo ed elegantemente meschino, il frutto della malattia del mondo.
Solo che...

Io lo so. E voi?

martedì 24 giugno 2014

Fratelli d'Italia

Un po' v'invidio, lo sapete?

Invidio voi, che sentite di APPARTENERE, quando a me sembra di essere da solo sopra un ammasso di roccia e strade che voi chiamate 'nazione';
Invidio voi, che sprecate ancora tempo e voglia nel nome della patria, della nostra grande, eterna patria;
Invidio voi che nonostante tutto e tutti pensate che sia doveroso interessarsi, anche se Italia è la prima a dimenticarsi di noi;
Invidio voi che spendete ancora parole nelle ideologie, nei confronti e nelle utopie, quando l'unica astrattezza che possiamo permetterci di contemplare è la morte;
Invidio voi, fedeli, perchè voi avete un obbiettivo alla fine della strada. E se anche Dio vi deluderà tutti, almeno voi avrete conosciuto uno scopo;
Invidio voi, che grazie a non so quale potere riuscite ad affogare i problemi nel calcio e poi vi ubriacate, nella vittoria per festeggiare e nella sconfitta per consolarsi;
Invidio voi che riuscite a trovare nello straniero la causa di tutti i vostri problemi, perchè avete una mente davvero semplice da accontentare;
Invidio voi funzionari, impiegati, bancari, consulenti, imprenditori, politici, senatori, ministri, capi del consiglio, presidenti della repubblica, mangiafuochi delle nostre anime che giocate alla zara con le nostre vite, e nonostante questo riuscite ancora a dormire di notte.
Invidio voi, tutti voi, perchè riuscite a vivere tutto questo senza provare disgusto per voi stessi.

Un po' v'invidio, fratelli e figli d'Italia.
Siate pronti alla morte, Italia chiamerà.
Un esercito di già-morti.

lunedì 16 giugno 2014

Evil Gang Bang (chuck thats for you)

Maschero il disgusto con l'indifferenza, mentre cammino all'interno della casa. Mi trovo nel garage, dove le piastrelle del pavimento si sono ricoperte da una strana sostanza nera appiccicosa che àncora ad ogni passo la scarpa al terreno. A destra, seduti sul tavolo da ping pong ormai smontato, due individui intrecciano i loro corpi nudi senza pudore, gridando e gemendo come se fossero solo loro due sulla terra. La ragazza apre gli occhi e mi guarda. Mi sorride. Uno sguardo triste, estremamente triste sopra alla spalla del ragazzo che la sta violando. Mi guarda, e richiude gli occhi, ricominciando ad ansimare lentamente. A sinistra, un'obesa rantola accasciata al muro, in mano una bottiglia di whisky mezza piena, i capelli biondi e mossi che le cadono impazziti sulla faccia, e quegli occhi enormi, blu, sono fissi. Sbarrati, aperti, guardano il vuoto, mentre la ragazza ride, ride, e ride ancora, una risata nevrotica, malata, che non riesco a sopportare. Mi giro verso la porta, mentre l'obesa alza un braccio a fatica e mi indica. La abbandono ai suoi deliri, sperando che al ritorno quegli occhi siano vitrei. Oltrepasso la stanza, entro nella casa vera e propria. L'arredamento è sobrio ed elegante, il grigio regna su tutto e il largo utilizzo di metallo dá alla stanza un'aria moderna.
Sulla sinistra un piano bar vuoto, con nulla sullo scaffale e negli scomparti per l'alcool se non una piccola tabacchiera rossa, senza tabacco.
Davanti al piano bar un divano, bianco, e sopra 4 persone di cui non distinguo i confini. Arte organica, penso, mentre una bambina in estasi mi passa sotto gli occhi, danzando e ballando nonostante lo schifo ci circondi. Le quattro persone si muovono contemporaneamente, in armonia, le facce deformate dallo sforzo e dal piacere. Il rumore del divano è assordante, e credo che potrei impazzire a guardare quel movimento ondoso, lento, caldo, potrebbe farmi diventare così. Allora continuo a muovermi, oltrepasso il divano e noto una televisione LCD 48" SuperAMOled appesa al muro, solo un fermoimmagine nello schermo. Una bambina senza volto, la scritta 'kids' ovunque, il sangue che cola sullo sfondo del set. Kids. Kids. Kids. Kids. Kids.
Kids.
Dietro il televisore un tavolo enorme, pianta quadrata, numerosi vassoi disposti su di esso. Su ogni vassoio un cartellino. Mi avvicino all'angolo in basso a destra del tavolo. Leggo il pezzo di carta. Ketamina. Sposto lo sguardo. Metanfetamine. Ecstasy. MDMA. Cocaina. Fogli di LSD. Al fondo del tavolo una figura incappucciata mi osserva, spostando lo sguardo ogni mio movimento.
"Assssssaggia, sssssono tutte cucinate da mmme, assssaggggia...".
Mentre la figura incappucciata continua a ripetere la frase, mi blocco e ascolto. Tendo l'orecchio, e subito colgo il cigolio pesante del divano. Poi al suono acuto del divano si aggiungono i medi dei respiri affannosi delle persone su di esso. Il coro disperde una melodia terrificante, a cui si uniscono le sss allungate della figura incappucciata. Mi accorgo che il suono sembra essere vivo, sembra che stia avvolgendo tutta la stanza, lo sento pesare sulla pelle e sulla testa, mi blocca le gambe e mi spalanca l'occhio.
Tremo, la pupilla mi balla e non riesco a muovermi di un millimetro. Le quattro persone, che prima erano sul tavolo, le ritrovo improvvisamente e incredibilmente davanti a me, di fianco alla figura incappucciata. Mi osservano, nudi, con punti di sutura che richiudono le ferite che solcano i corpi delle figure, la testa inclinata e gli occhi vitrei e inespressivi. 
Sento gli occhi perdere la dimensione spaziale, non riconosco le profondità, ad un tratto mi sembra di star guardando una foto, una fotografia i cui colori lentamente si stavano mescolando, risucchiati da un vortice al centro dell'immagine, che lentamente spiraleggiava e faceva dilagare il nero.
Sento risalire dallo stomaco una sensazione struggente, che mi avvilisce e mi stacca dalla dimensione del reale.
Poco a poco la mia anima viene strappata dal mio cuore, la sento scivolare via e abbandonarmi.
La testa mi cade sul collo, e guardo la mano strapparmi il cuore dalla cassa toracica, spaccando ossa, tendini e muscoli. Subito dopo cado per terra, senza più vita.
Degli attimi seguenti ricordo poco... Solo un ago, e tanto, tanto spago.

Mentre cammino nel garage di quella casa mi chiedo se non sono entrato in un manicomio. Da una parte persone che senza ritegno si accoppiano, dall'altra ragazzine obese strafatte di qualsiasi cosa... Dove-sono-finito?
Apro la porta, e oltre ad un piccolo piano bar, noto con disgusto che delle persone sono ammucchiate sul divano, prodigandosi in contorsioni impossibili.
Mi sposto e noto che sono tutti nudi, mentre dai rumori che emette il divano sembra sul punto di spaccarsi.

Decido che questo è davvero un posto malato, mentre conto le persone sul divano, realizzando con stupore che sono... cinque.

giovedì 5 giugno 2014

Io

Shhh
Silenzio. 
Piano, leggi piano, cos'è hai fretta ? 
Domani è l'ultimo giorno di scuola, non puoi avere fretta. 
O meglio è stanotte. 
È buio non puoi vedere. Ma puoi sentire. Puoi sentire bene. Vorresti urlare ma non puoi, non puoi perché hai paura, hai paura che questo mondo di merda crolli e ti porti via con se nella sua cascata di odio. 
Hai paura che i tuoi sogni non si realizzeranno mai, hai paura che quell'energia quell'intelligenza e quella bellezza non li vedrà mai nessuno. 
Hai paura di rimanere solo. Hai il terrore che succeda qualcosa. Sei atrofizzato dalla società e da te stesso, solo tra le tue droghe e le tue bugie. 
Vorresti stoppare il tuo cuore per sapere che anche solo una lacrima sarà sincera. A volte vorrei che la vita fosse un fiume per lasciarmi trasportare dalla corrente inerme da ogni cosa. Ma la vita è una cascata e io non sono pronto. No cazzo non lo sono e forse non lo sarò mai. Sarò ricco ? Sarò qualcuno ? Sarò me stesso ? Sarò sarò sarò eterne domande prive di un briciolo di risposta. 
Restiamo a perderci nei nostri lussi, inermi, fermi, bellissimi, vuoti. 
Goccia dopo goccia..luce..stop. 
E domani ? Domani faremo quello che facciamo tutti i giorni: cercare di ridisegnare il mondo, distruggendo noi stessi. Amen.

domenica 1 giugno 2014

Outlast

Era un pomeriggio piovoso di ottobre, Ernie lo ricordava bene. Passeggiava nel parco vuoto con passo lento, ascoltando il rumore viscido del fango schiacciato sotto le suole bucate delle sue Converse, con il calzino ormai zuppo. In realtà, pensava, non era mai stato asciutto. Cioè, un tempo si, un tempo era anche stato bene, ma era un ricordo lontano e lentamente lo stava dimenticando. Ora il calzino era zuppo e per lui quel calzino era diventatae un'ossessione. Il piede intirizzito dall'acqua doleva e prudeva e pulsava ogni passo, e spesso perdeva completamente la sensibilità per parecchie ore. Ma ogni volta che il pensiero di togliere la scarpa gli balenava in mente, un nodo gli stringeva la gola e i brividi gli irrigidivano i muscoli, paralizzandolo. Era terrorizzato, terrorizzato all'idea di guardare sotto il calzino marcio. Sarebbe svenuto, lo sapeva. Ma intanto il piede doleva prudeva e pulsava, stava in silenzio solo quando addormentato o zittito da Alcol. Il caro, vecchio Alcol.
Ernie ne era spaventato a dodici anni, a sedici l'aveva conosciuto, a diciotto avevano instaurato un solido rapporto e dai venti in su era stato un amore duraturo, fatto di alti e di bassi, successi e delusoni. Bassi e delusioni ovviamente prevalevano, ma almeno si era divertito, quando non si era rotto il naso o quando non l'avevano l'arrestato. Alcol era per Ernie come la calendula per l'omeopata. Adatto a tutto. Antidolorifico, antistress, antidepressivo, antitristezza, anticonsapevolezza, antifallimento. Antipassato. Un amico, un consolatore attento. Peccato che fosse solo un palliativo. I mostri del passato erano appollaiati sulla spalla di Ernie costantemente, pronti a stringere la mente lucida e indifesa dell'uomo con le pinze dell'angoscia.
Ernie sapeva che era giusto così. La mamma glielo diceva sempre, con voce gracchiante: 'raccogli ció che semini Ernie, ciò che semini'. E lui aveva seminato poco e male e quando si era trattato di raccogliere l'ennesima birra lo aveva trattenuto al bancone del bar. Il bar. Il suo splendido bar. Se lo ricordava ancora.. un lungo bancone di mogano liscio, quattro bocche spillabirra placcate in finto oro, una parete a specchio ricoperta di mensole e bottiglie pregiate, il povero ma dignitoso linoleum, qualche tavolino traballante qua e la e qualche consumatore ugualmente traballante lá e qua, Jenny, il registratore di cassa vecchio quanto la morte... L'immagine gli fulminó il pensiero. Ernie si bloccò. Le gocce di pioggia picchiettavano sulla giacca a vento consunta, formando un ritmo orecchiabile, melodioso. Aveva pensato a qualcosa che la sua testa non era piú abituata a rievocare. Jenny. Da quanto tempo non pronunciava quel nome? Jenny... Intanto il piede doleva e prudeva e pulsava, ed Ernie rimise in moto a fatica la decrepita macchina organica che lo muoveva, con Jenny che gli parlava in testa e gli raccontava del suo nuovo marito di come la tratta bene della casa al mare che Ernie non le aveva mai comprato della macchina tutta per lei delle cene con il governatore e l'ad di quell'importante azienda e la casa, oh la casa, vedessi che casa..
La casa... Erano secoli forse che non si sentiva a casa. Si ricordava com'era la sensazione, calda, affettuosa, sicura, ma il caldo, l'affetto e la sicurezza non erano piú suoi problemi se c'era Alcol. Alcol aveva sopperito alla mancanza di Jenny con incredibile solerzia, accudendo Ernie ogni giorno della sua vita, seguendolo in quasi ogni azione, misfatta e depressione, e guadagnando un posto di spicco nel suo cuore e nella sua di certo corta lista degli interessi.
Purtroppo da lì non se ne sarebbe più andato, Alcol, ed Ernie lo sapeva bene. Era il prezzo. Il prezzo di Alcol non tardava mai ad arrivare e spesso arrivava una volta sola, l'ultima. Ernie lo sapeva bene. Ma quanti conti avrebbe dovuto pagare ancora? Quanti scontrini la vita gli avrebbe ancora presentato? Aveva sofferto. Aveva patito freddo, fame e sete. Aveva sopportato silenzioso e mesto le umiliazioni di branchi di ragazzini e lo sguardo di disgusto degli adulti. Aveva sorriso e ringraziato forzatamente tante persone, altre le aveva implorate e con altre si era insultato. Merda ne aveva mangiata e alla merda tornava sempre il suo pensiero. Ma oggi Ernie era stanco. Non aveva più voglia di pensare merda. Quel giorno Ernie voleva solo addormentarsi. Infatti il parco era il suo condominio, la panchina sotto l'albero un po' a riparo dalla pioggia il suo appartamento, tutto il mondo il suo paese, ed era li per dormire. Un'ora, un giorno, per sempre non gli importava. Non gli importava neanche la comodità. Voleva solo morire

Mentre Bill giocava con la sua barchetta di carta paraffinata, un uomo si era avvicinato lentamente alla panchina, incurante della pioggia e delle condizioni della strada, e si era fermato lì davanti a fissarla per almeno dieci minuti, o almeno era il tempo che sembrava fosse passato a Bill. Quello che aveva visto dopo era uno dei segni più indelebili della sua infanzia e a distanza di anni Bill avrebbe ricordato perfettamente ogni singolo particolare.
L'uomo si era voltato a guardarlo, e Bill era rimasto sorpreso del suo aspetto, chiaramente sudicio. L'aveva osservato, occhi grandi e tristi, gli aveva sorriso, Bill aveva ricambiato e poi l'uomo lentamente si era sdraiato sulla panchina, stringendosi in posizione fetale e stringendo tra le mani un qualcosa di vetro in un sacchetto di carta. A casa, Bill giuró poi di averlo sentito singhiozzare, parlandone con la mamma.
Bill ebbe paura, da quel giorno. Bill non fu piú solo un semplice bambino, da quel giorno.
Perchè quel giorno piovoso di ottobre  Bill, inconsapevole, aveva sorriso alla tristezza. 

mercoledì 14 maggio 2014

Notte

Eravamo come anestetizzati. Inermi, fermi lontani.
Scrutavamo come prede quelle figure misteriose. 
Esseri lontani, avvolti da mantelli, sorretti da possenti maschere veneziane. 
Sacerdoti, padroni..non capivamo quale fossero i loro reali ruoli, ma eravamo rapiti da quell'atmosfera, così lontana dalla realtà o dall'illusione.
Mostri o tenebrose verità ? Questioni spinose, questioni da sotterrare come viso sotto veli d'ignoranza.
Cori maestosi si alzavano, intorpidendo i nostri timpani. 
Poi come un esplosione, le luci si intensificano, i corpi si smuovono, le illusioni svaniscono dalla mia confusione.
Un cocktail dietro l'altro distendo i nervi. Una voce insofferente riempe la mia mente stanca. 
Vorrei scomparire in un silenzio eterno. 
Flash, dopo flash, saluto dopo saluto, stretta dopo stretta sento che sto inesorabilmente crollando. 
Vorrei capirci qualcosa, ma non riesco più a distinguere il reale dall'illusione. 
Sono un ologramma che vaga. 
La gente è attratta da noi persone silenziose. 
Artisti solitari, anime perdute nel tempo dei traumi e della solitudine. 
Xanax party, swag, Hannibal, San Salvario..meri luoghi comuni.
Altro che moda e poesia.
Qui c'è solo decadenza e pessimismo. 
Non sono più in grado di guarire, ma solo di capire.
Vivo in un mio grande sogno. In quel sogno ci sono io, un normale essere umano. Quell'essere umano ha un dono, quell'essere umano ha un carattere che assorbe. Assorbo tutto, immagini, testi, video, film, canzoni, quadri, storie, persone, caratteri; ed immagazzino tutto questo dentro di me. Quando incontro nuove persone apro il mio mazzo di carte e dono ad ognuno di loro una mia realtà. Questa realtà è una realtà variabile. Nel mio sogno ogni carta ha una realtà con una precisa direzione. Potrei quasi sembrare intoccabile, e invece sprofondando in quel sogno capisco che quella mimetizzazione caratteriale non è altro che il mio ennesimo scudo. La mia difesa che scavalca tutto e tutti. L'unica mia realtà: la linea piatta. 
Faccio ogni cosa per uscire da quell'incubo. Smuovo gli attimi. Smuovo me stesso. Non basta mai.
Il camaleonte osserva e assimila. 
Il camaleonte ha paura. 
Uscirò, uscirò da me stesso. Lo farò perché io sono più forte. Io sarò ciò che la natura ha pensato per me. 
Realizzerò quel disegno. E se non lo farò vorrà dire che mi sarò perso nel labirinto. 
Siamo eterni insoddisfatti, non siamo liberi, ma siamo contratti. Siamo attratti dai sentimenti perché sono puri. Cerchiamo perfezione nella purezza e perversione nel divieto. Cerchiamo la libertà sognando il piacere nella eversione. Eterni rivoluzionari in cerca del tesoro. Voglio dipingere il quadro della mia vita nell'esplosione della sua totalità. Per poi osservarlo con il sorriso. E dormire, lontano dalla costrizione.
Dio ci odia tutti. Perché noi odiamo noi stessi. Autodistruttivi e esteti. Il contrasto primordiale. L'essere umano. La bestia. Il genio. La crudeltà. 3. 
Eterni e immutabili. 

martedì 13 maggio 2014

Is this my mind?

Non è da tutti i giorni fermarsi a pensare. Forse non è neanche un'abitudine mensile.. Magari è annuale come la grande migrazione degli animali africani, che ogni anno tra novembre e dicembre lentamente risalgono le colline a sud dell'ormai arsa regione del Masai Mara per ritornare nella placida valle del Serengheti.
Magari i nostri pensieri migrano proprio come gli animali africani e come gli animali africani ciclicamente ritornano, perché a te devono tornare, il Serengheti dei tuoi pensieri.
Ma la sconvolgente verità è che tu questi pensieri non li vuoi. Fuggi da loro perennemente, li allontani con i mezzi più subdoli, alcool, droga, amore, cerchi di sotterrarli sotto una montagna di superficialità affinchè da li sotto non possano più tornare.
Ogni volta, però, essi ritornano. Tristi più di prima. Travolgenti più di prima. Come il dannato cancro che per tre volte ti eri illuso di aver sconfitto ma che inesorabilmente era tornato, succhiandoti la vita fino al punto che nella tua misera stanza d'ospedale a farti visita era venuta la Morte, accompagnata da un malinconico valzer, che gentilmente ti aveva porto l'ossuta mano per permetterti l'ultima danza della tua vita.
Tornano, tornano, ogni volta. Anche a me succede. Anzi, mi è successo proprio oggi.
Seduto sul divano un sottile filo di fumo annebbiava la mia vista, già di per sé opaca per le diottrie mancanti. I miei genitori al lavoro. La televisione spenta. Il computer lontano. Lo stereo scollegato da tempo, il libro perduto in qualche meandro della casa. Insomma, ero in una situazione che di rado mi era capitata nell'ultimo periodo, abbandonato completamente a me stesso, con l'unica possibilità di fare un balzo nelle profondità della mia coscienza.
È una decisione importante da prendere: alzarsi, e continuare a fuggire, oppure rimanere là seduto e aspettare che il tuo cervello produca qualcosa di interessante. Ero lì lì per alzarmi e accendere la televisione, quando ho deciso di fare qualcosa di costruttivo.
Ho aspettato.
E il risultato è stato dei più tragici.
Dopo poco meno di 30 secondi di full immersion nel mio io vengo assalito da una serie di ansie, preoccupazioni, problemi, tormenti che io non avevo assolutamente pensato. Tento di allontanarle, tento di richiamare ciò che nella mia vita mi rende felice di esistere, ciò che conosco, ciò che mi da sicurezza gioia amore affetto emozioni dolci care candide come una farfalla che svolazza libera nel cielo limpido azzurro chiaro, una splendida libera farfalla che morirà da li a poche ore .L'ineluttabilità della vita. Io sono una farfalla con le catene vivo solo un giorno ma non sono libero di volare come fa lei come fa lei come fa lei voglio volare libero libero da ogni frustrazione ma cosa sono le frustrazioni se non i piaceri che non riusciamo a raggiungere devo raggiungere i piaceri ma non posso, non posso, non posso...
Qualcosa mi blocca al divano, dietro e sotto lo sterno si agitano le budella senza un motivo valido, qualcosa mi atterrisce, mi sbarra gli occhi e mi spalanca la bocca tipo Munch sul ponte. Sono terrorizzato.
Sono terrorizzato dalla vita ma come faccio ad essere terrorizzato dalla vita l'unica cosa che ho l'unica cosa vera l'unica cosa che mi dà un senso non ha un senso essere terrorizzato dalla vita che va, vita che torna, vita leggera che con un soffio cade giù?
Domande, domande, domande mi assillano il cervello. Mi occupano la testa come studenti in rivolta nelle università, spaccando tutte le certezze e bloccando da dentro le porte delle sensazioni bene.
I miei occhi non vedono, le mie orecchie non sentono, le mie mani non toccano più nulla. Sono annullato in me stesso, sballottato su e giù tra le rapide di pensieri in cui mi sono lanciato per prodigarmi in un rafting mentale che può solo finire con la depressione più profonda.
È un bel salto, non c'è che dire. Come quando sognate di cadere e la caduta non finisce mai, Felix Baumgartner onirico, la stessa cosa capita nella coscienza, ma lo definirei meglio con un Pietro Taricone mentale.. Sappiamo tutti com'è finita, no?
Mentre sto per perdermi nei bui labirinti della mente, architettati da me per me stesso, annuncia una voce fuori campo nella mia testa, dei morbidi cuscinetti fanno leggermente pressione sulla mia gamba, e qualcosa di ispido e solleticante batte contro la mano inerme.
Mi risveglio dal mio ego trip. Osservo la stanza un po' intontito, ruotando lentamente la testa di qua e di là. Sento che le mie dita stringono qualcosa.
Abbasso lo sguardo.
Il fumo che prima mi danzava davanti agli occhi non c'era più da qualche minuto, ma me ne rendo conto solo dopo.
Allora prendo il clipper a motivi floreali che ho sul braccio del divano con la mano sinistra, avvicino la destra alla bocca, faccio ruotare il cilindro metallico seghettato dell'accendino, premo il tasto che pompa gas nella camera di combustione. Si genera la fiamma, tiro, lascio che il fumo misto a gas esca lentamente dalla bocca, aspiro di nuovo.
E allora tutti i miei pensieri vanno via.