Let's make some music make some money find some models for wives. I'll move to Paris, shoot some heroin and fuck with the stars. You man the island and the cocaine and the elegant cars. This is our decision to live fast and die young. We've got the vision, now let's have some fun. l'art pour l'art
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venerdì 22 maggio 2015
Italian Beauty
martedì 21 aprile 2015
Parte seconda: Sunday Morning
Ma in fondo ero già un ragazzino nichilista e simpatico. Sarà che gli stronzi sono sempre andati per la maggiore.
Quando alle elementari c'era da scrivere i temi mi immergevo in sedute di liberazione di una lunghezza indefinita. Quel fiume di parole spesso buttate li in un insieme sconnesso, rappresentavo in quel mondo fantastico una frustrazione covata nel riserbo di se stessi.
Però ciò non mi ha mai tolto la possibilità di rientrare nel gruppo dei così detti "fighetti". Quelli capaci di fare gruppo e stare simpatici a tutti. Ma spesso da quei gruppi nascono le amicizie migliori e le più profonde. Insieme a quelle del destino, casuali, stupende.
Nella mia adolescenza posso solo ricordare cose positive, sarebbe ipocrita dire il contrario.
Adesso che mi vedo qui in questo appartamento grande che non trasmette nulla di me stesso, vedo solo una figura spenta e priva di ispirazione. Sarà che in questa mia ricerca ossessiva dell'essere perfetto ho perso il senno della mia ricerca stessa.
Sono rimasto solo, solo con l'idea di questo nuovo libro che non ne vuole sapere di sbocciare e una carta di credito che grida allo scandalo dopo gli ultimi mesi di riassestamento.
Fintanto che "Una boiler room come resilienza" trainava i miei averi ho potuto fingere di essere un vero Dandy ma ora che sono tornato ad essere un semplice scrittore giovane e depresso ogni cosa si va a sfogare in una passeggiata annoiata conclusa con acquisti inutili dettati dall'inconcludenza della giornata.
Sono giorni che fisso il Macbook in attesa di un segnale, della solita immagine che fa scaturire l'oceano, la canzone che diventa regista di un film underground che avrebbe sfondato al prossimo Festival di Cannes.
E invece no, il computer ha solo consumato un'infinità di energia, e io non ho fatto altro che svegliarmi tardi, incontrare i soliti amici, fumare troppe sigarette, sfondarmi di un inutile dose di palestra e perdermi in serate al limite del decente, il cui unico risultato è stato mangiare spesso in ristoranti di pregio dimenticandomi che il mio contro è già al limite dello stremo.
E pensare che nei miei deliri di onnipotenza questo nuovo romanzo doveva essere la mia consacrazione, il capolavoro che avrebbe scacciato le critiche dalla mia immagine di artista maledetto.
"Un drogato che si finge filosofo in un epoca che gli si ritaglia addosso alla perfezione. A "Che tempo che fa" non ha fatto altro che mostrarsi svogliato e confuso in una pessima imitazione dei peggiori momenti di Bukowski. Uno scrittore che occupa più i giornali di gossip e le riviste di moda non è uno scrittore, ma un personaggio di basso rilievo in un periodo di ancor più basso rilievo."
Una delle parti migliori delle recensioni del romanzo dalla critica di spicco.
Un misto tra Ellis e Palahniuk all'italiana. Per me era un complimento ma ma per molti aspetti della mondanità della vita italiana no.
Non ero certo un personaggio televisivo, ma avevo colto l'occasione dell'invito alla trasmissione di Fazio per testare le mie capacità.
Era stato un disastro, per la tensione avevo fumato troppo, non solo sigarette, e per stemperare la tensione avevo cominciato una gara tra birra e Red Bull che mi aveva reso un goffo personaggio allo stremo della condizione psicofisica.
Mi ero presentato in studio con un look che non rendeva più semplice la presentazione della mia figura e non aiutava la mia nomea di artista egocentrico. Jeans strappati alle ginocchia strettissimi Cheap Monday nero slavato, una t-shirt Rick Owens più lunga del normale nera e un cardigan anchesso nero. Ai piedi sneakers Christian Louboutin nere con la classica suola rossa.
Ciuffo spettinato lungo per la non curanza degli ultimi giorni e ai lati e dietro capelli corti dell'ultima rasatura.
Barba incolta di qualche giorno e occhi amaranto di chi ha dormito poco e fumato tanto.
Non sentivo Greta da giorni.
Avevo risposto svogliato e superiore, come in difesa della mia stessa condizione. Ne era uscito un personaggio che come al solito aveva diviso l'opinione pubblica, idolatrato da un pubblico giovane e ignorante e mal visto dagli intellettuali.
Non era mai stato questo il mio desiderio ma non riuscivo a cambiare rotta.
Negli ultimi mesi ero uscito con diverse ragazze ma non avevo concluso nulla, finché non avevo conosciuto Greta per l'appunto.
Era una ragazza bellissima, alta con gli occhi azzurri, castana. Nel periodo in cui l'avevo conosciuta faceva la modella a Milano e l'avevo incontrata ad un party legata all'ambiente della moda.
In quei giorni sfogavo il mio desiderio di bellezza in una vita eccentrica ed edonista e riversavo tutto quell'ambiente nella scrittura.
Greta era affascinata dal mio carattere e dalle mie caratteristiche e io sapevo travestirmi da amante perfetto.
Poi avevo cominciato a deluderla e dopo qualche settimana di scontrosa relazione divisa tra una convivenza impossibile aveva deciso di lasciarmi.
Ne ero uscito stranamente distrutto, quando l'avevo conosciuta pensavo che sarebbe stata la classica donna bellissima da corteggiare e invece era riuscita a prendermi grazie a qualcosa che io intravedevo in lei.
Non so cosa fosse forse era solo una sensazione o forse era il fatto che non riuscivo proprio a resistere a qualcosa di bellissimo e lei era stupenda.
Ma in tutto ciò non ne avevo ricavato nulla ed ero tornato a Torino nella mia città natale e sono qui di fronte a questo Macbook esattamente come qualche settimana fa che osservo scialbo e inconcludente questo schermo bianco.
L'iPhone non fa un suono e non capisco se questo sia un bene o un male. Mi sembravano epoche che non riuscivo a staccarmi dalla mondanità per scrivere quello che covavo da mesi e invece ora mi sembrava ogni cosa pesante e difficile e la cosa più difficile di tutte restava lo scrivere.
Ogni cosa era brutta e spenta, ogni frase peccava nella struttura, ogni idea peccava nell'insieme, era una delusione dopo l'altra.
Avevo passato una settimana intera da Buster Coffee a spendere soldi in inutili caffè e quelle mattine non facevano altro che diventare giornate da film d'autore e snack. Con la solita palestra finale per non scalfire la mia immagine, nella mia solita ossessione quotidiana.
Mi stavo consumando e non facevo nulla per cambiare rotta, ma in fondo non sapevo neanche perché ero tornato a Torino.
Avevo rivisto i soliti posti che in fondo non vedevo da qualche mese e avevo comprato qualche quadro da mettere in casa.
Poi mi ero chiuso con gli ultimi dischi di A$AP Rocky e Kendrick Lamar, per poi passare un momento Underground tra le grinfie di Erol Alkan, Daniel Avery e Paula Temple.
Avevo scritto qualche poesia ascoltando Vessel assuefatto dalla figura di Greta e da una splendida Critical che mi aveva portato un mio buon amico.
Alla seconda canna avevo cominciato a scrivere qualcosa a penna su un quaderno Moleskine, ma non era venuto fuori altro che uno sfogo autobiografico, spento e inutile.
Avevo passato una notte a Roma in un hotel a 5 stelle passeggiando per tutte le vie della Grande Bellezza ascoltando "The Velvet Underground & Nico " in loop.
Era stato un momento di pace interiore e di riflessione e per un attimo o creduto anche di essere fuggito dagli spettri degli ultimi giorni.
Invece ero rimasto la a guardare malinconicamente le stelle e avevo pensato che la vita in fondo, era davvero una merda.
E non mi succedeva da tanto, tanto tempo.
sabato 11 aprile 2015
S CKS
La pelle è diafana e gli occhi assenti.
L'impermeabile è impolverato, i pantaloni macchiati e sbiaditi, la felpa dei Socks ora non è più dei Socks ma dei S cks, e io non so mai se la gente pensa a Sucks o a Socks, anche se so che la gente pensa Sucks di me. Ma io non esisto nel loro mondo e loro non esistono nel mio, e quindi la nostra silenziosa collaborazione viaggia sui binari infiniti dell'indifferenza.
Nella grande piramide sociale, ragazzi, io sono l'ultimo. Sono perfino al di sotto di voi.
Io sono colui che può restare per anche otto ore a fissare la punta della scarpa, sono colui che si abbassa i pantaloni e si fa fottere finché un getto caldo e denso di sperma mi colpisce. Allora so di essermi guadagnato un'altra dose.
Vivo la vita due ore al giorno. Poi, come un pesce rosso, la mia mente si resetta, i recettori degli oppiacei nel mio cervello esplodono, gli allergeni si fanno avanti anche se non sono allergico a nulla, la pelle brucia e prude e vorrei tanto morire ma non posso non posso perchè il braccio fa tanto male per morire per morire ora dovrei essere fatto almeno un'ultima volta prima di crepare è questo il mio desiderio boia voglio farmi no devo farmi la strada muove me o io muovo la strada dormire non è possibile con la luna che non è strafatta il braccio prude e brucia i sintomi l'Astinenza uccide non fatevi di eroina in presenza di orsi o parlamentari il delirio il Moscibecco pompino per dose ora posso sopravvivere ma invece oggi morirò.
Un attimo prima di morire comprendo che il Moscibecco, bastardo, me l'ha fatta alla grandissima. Per usare un termine tecnico lo stronzo mi ha dato una "bomba", l'ultima spada, quello che i pusher usano per liquidare i propri tossici clienti, o dipendenti, come volete.
Mi sono appena infilato nella vena del glande una fottuta siringa di stricnina, sostanza totalmente analoga all'eroina, solamente ti fa il favore di ucciderti subito.
Il mio aspetto, poco dopo, è quello di un morto qualunque, abbandonato a bordo di una strada di periferia qualunque, di fianco ad un emporio di peruviani qualunque, con una faccia qualunque e un rigor mortis qualunque.
La Malattia, la mia Malattia, la vostra Malattia, vivrà per sempre. La mia Malattia è forte, e nessuno, neanche tu, ne è totalmente immune.
La Malattia uccide due volte. La prima volta uccide l'uomo, la seconda uccide il fantasma.
Oggi io sono morto per la seconda volta, io oggi sono libero.
Parte prima : Il sapore della felicità
Autografi, facce contratte, domande di circostanza, dediche a persone che non ci interessano, un enorme spreco di tempo.
Quando ho deciso che sarei diventato uno scrittore, avevo immaginato come poteva essere il mio pubblico, e nel mio continuo tentativo di non abbandonare il mio solido egocentrismo primario, avevo anche immaginato che sarebbero stati belli, slanciati, eleganti e perché no magari persone di successo.
Non era così, ora che li vedo qui in coda per mettere una stupida firma su un'altra ristampa l'ennesima per tentare di fermare quel tracollo di popolarità che come una cascata sta colpendo la mia immagine.
Un libro economico da regalare a natale grazie ad uno scialbo passaparola. Questo è diventato "Una boiler room come resilienza". Un totem che ha affossato me e la mia creatività.
Fino a qualche anno fa avreste sentito parlare di un giovane scrittore, capace di battere i record di vendita, capace di far riscoprire l'amore della lettura ad un popolo, quello italiano, che invece sembrava essere persuaso solo da scandali e ignoranza.
Un libro cattivo, privo di regole, uno sfregio sulla lettura contemporanea, un urlo liberatorio dove le marionette che dipingevo su carta diventavano bacini da riempire con le mie difficoltà, i miei sogni e le mie proiezioni, quei film mentali che non avevo mai smesso di costruire in difesa della fondamenta marce da cui ero partito.
E poi esattamente come era cominciata, l'ondata è terminata e io ho perso ogni cosa, come a voler staccare petalo dopo petalo quel successo che avevo tanto desiderato.
Champagne, vestiti firmati, mostre d'arte, oggetti di lusso, ogni cosa era diventata una proiezione di quello che i nuovi borghesi, più cinici e dandy del passato desideravano di più: imitare i lustri del passato rendendoli più scintillanti.
Sono tornato a Torino dopo quasi due anni a Milano e ho cominciato a scrivere il mio nuovo romanzo. E qui sono sorti i problemi.
Non riesco più a cogliere la bellezza.
Ho passeggiato a lungo guardando ogni singola cosa, eppure quel meccanismo che mi aveva protetto sin qui, quello spazio temporale con me stesso si era dissolto. In una fuga immotivata con le mie emozioni.
Ero scappato da quel mondo fatto di sfarzi e finzione tornando alle mie origini ma non aveva funzionato. Allora ho provato a tornare a quel concetto, quel concetto creativo, capace di sprigionare parole in una qualsiasi forma d'arte,
Ho cominciato a dipingere, tela dopo tela, e ho guardato quei quadri distorti e ho capito.
Vedevo solo violenza, non ero più in grado di coprire quello sfregio con la bellezza, non riuscivo più e da me stava uscendo solo nero.
E il nero risucchia tutto anche il talento.
Quelle tele erano insiemi di colori che volevano rilassarmi, farmi ritrovare l'equilibrio, invece mi avevano fatto sprofondare in uno sconforto profondo, incapace di rialzarmi.
Guardavo i colori ad olio che colavano su quelle pareti di bianco in un intreccio infinito..ma mentre mi perdevo nell'intreccio di colori e forme irripetibili, rimanevo sconcertato dal fatto che la fitta rete che gli teneva insieme non era altro che nero, buio come me.
Un giorno sono rimasto a fissare un quadro di Rothko al Centre Pompidou di Parigi per diverse ore, fino a sentire i muscoli delle gambe tirare in un richiamo disperato verso il mio fisico. Sapete perché? Non riuscivo a comprendere, non sapevo come una tela attraversata da due semplici colori, riuscisse a scaturire in me un interessa così acceso, io vedevo qualcosa in quella tela, esattamente come vedevo qualcosa in una foglia, in un fiore, in un torrente, in un viso bellissimo, in un animale esotico, in un animale in generale o in qualsiasi cosa.
Ero scioccato da ciò perché nonostante il mio animo esteta mi portasse a credere che ogni cosa andava osservata e apprezzata perché bella come tale e unica quel quadro non riuscivo a concepirlo come facevo con la natura.
Io trovavo che quella forma d'arte necessitava di una giustificazione perché riusciva a trasmettermi una sensazione positiva esattamente come osservare qualcosa di bello e naturale, come la celeberrima scena del volo del sacchetto in American Beauty.
Eppure in quella scena c'è, sì un insignificante sacchetto che assume una bellezza pura e sproporzionata al suo reale valore, ma lo fa grazie al vento. Il vento è un qualche cosa che va al di la del controllo dell'uomo e per questo è in grado di affascinarci in maniera così netta.
Ma in quel quadro c'era qualcosa, un valore che lo stesso Rothko aveva impresso nella tela.
E in quel momento ho pensato che l'arte non era altro che una proiezione della bellezza che ci circonda, quella irriproducibile della natura. Ma non è l'imitazione, la proiezione è il concetto stesso di bellezza che viene avvicinato da una creazione del genio umano.
Quella giornata mi aveva sfinito ma mi aveva fatto riflettere su quanto fosse importante osservare con gli occhi giusti per poter diventare artisti. Ora invece che guardavo i miei quadri, false imitazione dell'espressionismo astratto che tanto mi affascinava, non vedevo niente, non perché fossero privi di talento, non ero alla ricerca della proiezione, ero alla ricerca di me stesso e sprofondavo come i colori, in un buio primordiale.
Quasi dimenticavo, il mio nome è Medoro Zafferano, e sono uno scrittore in crisi.
venerdì 13 marzo 2015
Uno sfregio sul presente
Diventiamo apatici e inconcludenti, non sappiamo più cosa guardare, come relazionarci, perdiamo l'interesse ancor prima di renderlo chiaro nella nostra testa.
Le persone non riescono a trovare stimoli, si sentono oppresse e provano un desiderio viscerale verso la possessione, verso quello che più maschera le mancanze più grandi.
Non sappiamo più guardare perché guardiamo solo le cose sbagliate.
Basterebbe passare una notte nel silenzio di un qualche paesello di montagna, inebriati da qualche piccolo vizio, a guardare un cielo stellato.
Uno di quei posti che sembrano fuori dal mondo, perché non possiedono i canoni della globalizzazione. Dove ogni cosa oscilla con una lentezza che è capace di acquietarti a primo impatto, perché in un luogo di questo genere, sei capace di stare in silenzio ad apprezzare un sacco di cose, senza fare niente.
Il tempo è fermo, non ci sono pressioni, c'è soltanto l'odore della libertà, accompagnato dalla poesia divina delle stelle con i contorni della montagna sullo sfondo.
E staresti su quel balcone a parlare di cose più grandi di te, in eterno, perché qui non hai bisogno di trovare stimoli, qui lo stimolo è la vita stessa.
Respiri per la prima volta, guardi per la prima volta..ti sembra tutto un inizio, quel nuovo che cercavi tanto è qui intorno a te, è parte di una semplice giornata.
E quando sorge l'alba le sensazioni si trasformano in solide realtà, con la rinascita allegorica di te stesso.
E passeggiando tra le difficoltà dei vizi e le risate spontanee ogni cosa è bella è unica come solo l'immagine della natura sa essere.
I sogni sono più vicini di quanto sembrano.
sabato 21 febbraio 2015
Marionette emotive
O forse era proprio quella sottile linea che non permetteva di spingere basi profonde a supporto di tali teorie.
La passione, l'amore, il dolore, la paura, la felicità, l'adrenalina, la tensione, insomma perché renderci così partecipi, così consci di ciò che ci forma, ma così lontani dalla realtà liquida, dalla spiegazione razionale, dall'inizio di ogni cosa.
Le risposte ci sembravano molteplici, lontane e misteriose, eppure allo stesso tempo grazie alle nostre emozioni ci pareva logico ipotizzare una versione piuttosto che un'altra, mascherandola con la religione, la scienza, la filosofia.
Ma quella nuvola di caos primordiale non ne voleva sapere di dissolversi.
Perché noi dobbiamo solo scorgere il significato della vita, non dobbiamo comprenderlo, perché vogliamo bruciare ogni singolo attimo.
Le emozioni sono i fili che ci vincolano a continuare a bruciare, marionette emotive, incapaci di capire che il marionettista siamo noi.
Dei di noi stessi, sadici e vanitosi.
mercoledì 18 febbraio 2015
Una lacrima nella stanza
É un ricordo amaro.
Un'alchimia differente, una coniugazione al di là del piacere, un poco sopra alla passione.
Era destino.
Dentro quella stanza il tempo ha segnato gravemente il mio destino.
Anche il tuo.
Dentro quella stanza tutto era già finito ma tutto, in realtà, non voleva finire.
Voleva vivere, voleva essere, voleva diffondersi tra noi e per noi, voleva scrivere una storia diversa da quella che stava andando delineandosi, ingenuo ottimista, perchè in fondo tutto dipendeva da noi, in quella stanza.
E te lo giuro, per un attimo ho pensato che tutto potesse tornare.
Ma non è tornato.
Per una notte ha brillato intensamente, e noi, e te, sei tornata.
Ma solo per una notte.
Il mattino tutto si è spento, definitivamente.
Hai preso le tue cose, sei uscita dalla stanza e, sorridendomi, sei uscita dalla mia vita.
In silenzio una lacrima é caduta in quella stanza, per sempre.
È un ricordo amaro.
O forse no.