"Una boiler room come resilienza".
Autografi, facce contratte, domande di circostanza, dediche a persone che non ci interessano, un enorme spreco di tempo.
Quando ho deciso che sarei diventato uno scrittore, avevo immaginato come poteva essere il mio pubblico, e nel mio continuo tentativo di non abbandonare il mio solido egocentrismo primario, avevo anche immaginato che sarebbero stati belli, slanciati, eleganti e perché no magari persone di successo.
Non era così, ora che li vedo qui in coda per mettere una stupida firma su un'altra ristampa l'ennesima per tentare di fermare quel tracollo di popolarità che come una cascata sta colpendo la mia immagine.
Un libro economico da regalare a natale grazie ad uno scialbo passaparola. Questo è diventato "Una boiler room come resilienza". Un totem che ha affossato me e la mia creatività.
Fino a qualche anno fa avreste sentito parlare di un giovane scrittore, capace di battere i record di vendita, capace di far riscoprire l'amore della lettura ad un popolo, quello italiano, che invece sembrava essere persuaso solo da scandali e ignoranza.
Un libro cattivo, privo di regole, uno sfregio sulla lettura contemporanea, un urlo liberatorio dove le marionette che dipingevo su carta diventavano bacini da riempire con le mie difficoltà, i miei sogni e le mie proiezioni, quei film mentali che non avevo mai smesso di costruire in difesa della fondamenta marce da cui ero partito.
E poi esattamente come era cominciata, l'ondata è terminata e io ho perso ogni cosa, come a voler staccare petalo dopo petalo quel successo che avevo tanto desiderato.
Champagne, vestiti firmati, mostre d'arte, oggetti di lusso, ogni cosa era diventata una proiezione di quello che i nuovi borghesi, più cinici e dandy del passato desideravano di più: imitare i lustri del passato rendendoli più scintillanti.
Sono tornato a Torino dopo quasi due anni a Milano e ho cominciato a scrivere il mio nuovo romanzo. E qui sono sorti i problemi.
Non riesco più a cogliere la bellezza.
Ho passeggiato a lungo guardando ogni singola cosa, eppure quel meccanismo che mi aveva protetto sin qui, quello spazio temporale con me stesso si era dissolto. In una fuga immotivata con le mie emozioni.
Ero scappato da quel mondo fatto di sfarzi e finzione tornando alle mie origini ma non aveva funzionato. Allora ho provato a tornare a quel concetto, quel concetto creativo, capace di sprigionare parole in una qualsiasi forma d'arte,
Ho cominciato a dipingere, tela dopo tela, e ho guardato quei quadri distorti e ho capito.
Vedevo solo violenza, non ero più in grado di coprire quello sfregio con la bellezza, non riuscivo più e da me stava uscendo solo nero.
E il nero risucchia tutto anche il talento.
Quelle tele erano insiemi di colori che volevano rilassarmi, farmi ritrovare l'equilibrio, invece mi avevano fatto sprofondare in uno sconforto profondo, incapace di rialzarmi.
Guardavo i colori ad olio che colavano su quelle pareti di bianco in un intreccio infinito..ma mentre mi perdevo nell'intreccio di colori e forme irripetibili, rimanevo sconcertato dal fatto che la fitta rete che gli teneva insieme non era altro che nero, buio come me.
Un giorno sono rimasto a fissare un quadro di Rothko al Centre Pompidou di Parigi per diverse ore, fino a sentire i muscoli delle gambe tirare in un richiamo disperato verso il mio fisico. Sapete perché? Non riuscivo a comprendere, non sapevo come una tela attraversata da due semplici colori, riuscisse a scaturire in me un interessa così acceso, io vedevo qualcosa in quella tela, esattamente come vedevo qualcosa in una foglia, in un fiore, in un torrente, in un viso bellissimo, in un animale esotico, in un animale in generale o in qualsiasi cosa.
Ero scioccato da ciò perché nonostante il mio animo esteta mi portasse a credere che ogni cosa andava osservata e apprezzata perché bella come tale e unica quel quadro non riuscivo a concepirlo come facevo con la natura.
Io trovavo che quella forma d'arte necessitava di una giustificazione perché riusciva a trasmettermi una sensazione positiva esattamente come osservare qualcosa di bello e naturale, come la celeberrima scena del volo del sacchetto in American Beauty.
Eppure in quella scena c'è, sì un insignificante sacchetto che assume una bellezza pura e sproporzionata al suo reale valore, ma lo fa grazie al vento. Il vento è un qualche cosa che va al di la del controllo dell'uomo e per questo è in grado di affascinarci in maniera così netta.
Ma in quel quadro c'era qualcosa, un valore che lo stesso Rothko aveva impresso nella tela.
E in quel momento ho pensato che l'arte non era altro che una proiezione della bellezza che ci circonda, quella irriproducibile della natura. Ma non è l'imitazione, la proiezione è il concetto stesso di bellezza che viene avvicinato da una creazione del genio umano.
Quella giornata mi aveva sfinito ma mi aveva fatto riflettere su quanto fosse importante osservare con gli occhi giusti per poter diventare artisti. Ora invece che guardavo i miei quadri, false imitazione dell'espressionismo astratto che tanto mi affascinava, non vedevo niente, non perché fossero privi di talento, non ero alla ricerca della proiezione, ero alla ricerca di me stesso e sprofondavo come i colori, in un buio primordiale.
Quasi dimenticavo, il mio nome è Medoro Zafferano, e sono uno scrittore in crisi.
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