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venerdì 15 aprile 2016

Plastica e silenzio I

C'era un odore pungente, familiare ma allo stesso tempo distante, quasi disgustoso che avvolgeva l'intera stanza. Credo fosse portato da queste canne che riposavano spiegazzate sul posacenere trasparente, venato di un colore che mi ricordava le sfumature arancioni del deserto, come se la terra battuta si fosse mescolata con il vetro,
Ero solito perdermi in periodi infiniti, capaci di descrivere figure stilizzate che prendevano forma nella mia testa, irascibili come la loro creazione. 
Il perdersi credo fosse una costante della mia generazione, uno step successivo alla semplice adolescenza, una sorta di teca capace di isolarci con una costanza disarmante da ogni cosa. Come se fossimo costretti a rimanere incompresi, soli. Questo credo poiché nessuno aveva più la necessita di ascoltare, e in questa gara contro la vita non era più possibile dare poco peso al tempo.
Era per me difficile pensare che fosse un pensiero comune.
Io concepivo la paura, ero consapevole della sua importanza e spesso ne ero avvolto, fino a perdere il controllo, ma questo no. 
Avevo passato 3 anni da sociopatico, raccogliendo tutte le informazioni che riempivano quel desiderio, che solo dopo avrei chiamato novità intellettuale, per poi scoprire che le persone da cui mi tenevo così distante bramavano quel tempo che io stesso ero convinto di aver buttato in questo mio isolamento forzato. 
E anche oggi mentre guardavo le piante rigogliose davanti a me cercando di capire la provenienza del colore di quel posacenere non riconoscevo altro che un susseguirsi di nuovi punti di domanda davanti alle risposte appena scoperte, 
Un altro concetto che mi era altrettanto caro: il galleggiare universale che avvilisce l'uomo. Lo incatena eppure lo fa amare fino a ferirlo. 
E anche se trovavo sfogo nella creatività e nella convinzione che la creazione spontanea fosse la vera soluzione, rimanevo come tutti gli altri a galleggiare affascinato da ogni cosa prendesse forma di fronte a me in un semplice momento di euforia.
Proprio per questo oggi ero rimasto così, con le gambe incrociate a fumare fermo seduto a terra e a osservare a lungo quel quadro appeso sulla parete, un ricordo caro che come una scintilla aveva aperto una voragine di considerazioni.
Ero lì sognante ma stagnante a osservare e in un certo senso ad ascoltare l'universo.
Il quadro non era astratto eppure non era incanalato in nessun canone critico, c'era e basta e per questo esisteva.
Al centro vi era un castello formato da  triangoli e spirali che come in un polpettone si amalgamavano grazie ai loro contorni plastici e creavano una sorta di castello per l'appunto con le ruote.  C'era una finestra anch'essa di forma triangolare nella quale era presente un uomo privo di espressione con una corona sulla sua testa formata da tre semplici punte e due gemme di diversa posizione disegnate in verticale, e simmetricamente sotto un cane anch'esso stilizzato ma disegnato con una fattura differente come a voler concentrare chi osserva li sulle sue forme sinuose. 
Non c'era una spiegazione sul perché quel quadro apparentemente fosse così importante, ma io potevo percepire la storia che trasudava, come se in quel singolo oggetto ogni cosa che lo avesse attraversato fosse rimasta lì ferma e immobile.

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